Per noi italiani, il caffè è prima di tutto un rito quotidiano: l’espresso al bar, la pausa condivisa, la tazzina che accompagna il lavoro e i diversi momenti e stati d’animo che si susseguono durante la giornata. È parte del nostro modo di vivere la socialità, la vita.
Esistono però popoli per cui il caffè rappresenta un gesto altrettanto profondo, forse ancora più radicato nella dimensione simbolica della propria comunità. Tra questi c’è l’Etiopia, considerata la culla della Coffea Arabica e custode di una delle tradizioni caffeicole più antiche al mondo.
In Etiopia, il caffè non è mai stato soltanto una bevanda: è un patrimonio fatto di storie, leggende e gesti tramandati nel tempo. Poche tradizioni lo raccontano meglio della cerimonia etiope della Buna, uno dei rituali più antichi e significativi legati a questa bevanda.
La cerimonia della Buna viene tradizionalmente officiata dalla padrona di casa o dalla donna più giovane della famiglia, anche fino a tre volte al giorno. Una tradizione che non si consuma in un gesto rapido, ma in un rituale lento e codificato, che può durare oltre un’ora e che segue una sequenza precisa di azioni trasmesse di generazione in generazione. Nei villaggi etiopi rappresenta ancora oggi uno dei principali momenti conviviali: uno spazio in cui si costruiscono relazioni, si raccontano storie e si rafforzano i legami della comunità.
Nelle occasioni più solenni, la donna che guida la cerimonia indossa l’Habesha Kemis, l’abito tradizionale bianco decorato con motivi vivaci. La preparazione prevede che i chicchi verdi vengano tostati sul braciere, poi pestati o macinati e infine portati a ebollizione nella Jebena.
Al centro di questo rito c’è proprio la Jebena.
Come spiega Marco Bazzara, Quality Manager, Academy Director, Q Instructor e sensorialista alla guida della Bazzara Academy, “la Jebena non è semplicemente una caffettiera, ma un oggetto simbolico, un ponte tra il chicco e la comunità che si riunisce attorno al fuoco”.
La Jebena è una brocca tradizionale in terracotta, spesso scura o smaltata di nero, caratterizzata da una base arrotondata, un collo lungo e un beccuccio sottile. Il suo design è rimasto pressoché immutato nel tempo, a testimonianza del profondo legame tra funzione, tradizione e memoria collettiva. Attraverso di essa il caffè viene versato in piccole tazze, in un gesto profondamente conviviale.
Ed è proprio un antico detto etiope a sancire perfettamente il legame tra il popolo e il caffè: “Buna dabo naw”, ovvero il caffè è il nostro pane.
Per chi lavora nella filiera, comprendere questa dimensione è fondamentale. “Ogni volta che tostiamo un caffè etiope”, osserva Marco Bazzara, “dovremmo ricordarci che stiamo lavorando con una storia millenaria. Non parliamo solo di una splendida materia prima dal punto di vista organolettico, ma di un vero e proprio patrimonio culturale dell’umanità”.
Forse è proprio questa dimensione culturale a rendere il caffè etiope non solo una delle origini più affascinanti e aromatiche al mondo, ma anche una testimonianza viva del valore sociale di questa splendida bevanda.


