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Carne rossa cancerogena? Persi 12 miliardi in 15 anni per gli allarmismi alimentari

È l’argomento di cui tutti parlano in questi giorni: il 28 ottobre una nota dell’Oms inserisce le carni lavorate tra gli alimenti cancerogeni e le carni rosse tra gli alimenti “probabilmente” cancerogeni. Ma che cosa ha scritto veramente l’Oms? La Coldiretti invita a interpretare correttamente le parole dell’Organizzazione Mondiale della Sanità evitando inutili ansie, e ricorda come negli ultimi quindici anni il Made in Italy alimentare abbia avuto danni per quasi 12 miliardi dalle psicosi e dagli allarmismi ingiustificati.

Prima di tutto i fatti: il 28 ottobre l’International Agency for Research on Cancer (IARC), che è l’agenzia internazionale per la ricerca sul cancro dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) pubblica in una nota i risultati dello studio di un gruppo di lavoro di 22 esperti in cui si conclude che le carni rosse non lavorate (carni di manzo, vitello, maiale, cavallo, agnello, montone, capra e pecora) sono “probabilmente” cancerogene (gruppo 2A) e che le carni lavorate (salumi, insaccati e affettati, carne salata, carne stagionata, carne affumicata) sono cancerogene (gruppo 1A).

Quindi l’Oms sta dicendo che bisogna smettere di mangiare salumi e affettati e carni rosse? Assolutamente no. Lo studio dell’Oms afferma che il consumo di 50 grammi di carne lavorata al giorno aumenta del 18% il rischio di cancro colorettale, e “probabilmente” anche il consumo di carne rossa non lavorata ha un’incidenza rispetto all’insorgere di tumori. In Italia oggi il rischio di ammalarsi di cancro al colon è del 5%; il 18% di 5 è 0,9, dunque – in sostanza – un italiano che non mangia salumi ha il 5% di possibilità di avere un cancro al colon, un italiano che mangia salumi ogni giorno ha il 5,9% di possibilità di ammalarsi, e i molti italiani che mangiano salumi ma non ogni giorno hanno una percentuale di rischio compresa tra 5 e 5,9% (l’Oms non specifica una soglia di consumo sotto la quale il rischio è pari al non consumo).

Quello di cui in questi giorni parlano tutti con grande allarme non sembra essere dunque una grande novità: da anni medici e nutrizionisti invitano a non eccedere nel consumo di salumi, insaccati e carni rosse, così come invitano – per esempio – a non eccedere nel consumo di alcolici. Nel gruppo 1A, che comprende i cibi cancerogeni, oltre al fumo viene incluso proprio l’alcool: anche il consumo non moderato di alcolici aumenta il rischio di contrarre tumori, per cui appare piuttosto bizzarro che persone – la maggior parte degli italiani – che consumo regolarmente vino, birra o superalcolici, siano ora “terrorizzate” da un panino con il salame. Più in generale: le fonti alimentari e non alimentari che possono aumentare il rischio di contrarre tumori sono innumerevoli, e tra queste ci sono anche i salumi e “probabilmente” le carni rosse. Se si volessero eliminare tutte le possibili fonti di aumento del rischio di tumore probabilmente non si potrebbe vivere, e certamente non si potrebbe vivere in città, perchè lo smog aumenta il rischio di cancro del polmone.

È ancora presto per valutare l’impatto dell’annuncio dell’Oms sul consumo di salumi e carni rosse, ma secondo un’indagine on line della Coldiretti a dieci giorni dalla nota dell’Oms l’11% degli italiani avrebbe già iniziato a tagliare il consumo di carne e insaccati. In un comunicato stampa la Coldiretti ha ricordato i danni economici provocati dagli allarmismi alimentari sul Made in Italy: negli ultimi quindici anni il settore alimentare italiano ha perso quasi 12 miliardi di euro per allarmi alimentari ingiustificati, legati (erroneamente) a problematiche mal interpretate: il caso Mucca Pazza del 2001, l’allarme aviaria nel 2003 e poi nel 2005, la carne alla diossina nel 2008 e nel 2011, il latte alla melanina nel 2008, la mozzarella blu nel 2010, i cetrioli e il batterio killer Escherichia Coli nel 2011, la carne di cavallo spacciata per manzo nel 2013, e ora gli affettati e le carni rosse nel 2015. Gli allarmismi alimentari e le psicosi sono partiti in tutti questi casi da fatti concreti ma hanno portato i consumatori a conclusioni sbagliate dettate dalla paura: il caso Mucca Pazza ha portato per molto tempo a un crollo delle vendite di carne bovina, anche se gli interventi legislativi e i controlli avevano garantito fin da subito la massima sicurezza per il consumatore italiano; anche nel caso della mozzarella blu, come per la carne alla diossina e il latte alla melanina e come per l’aviaria, gli scandali erano reali, ma lontanissimi dal giustificare delle preoccupazioni serie per i consumatori italiani; nel 2011, nel caso del “batterio killer” (Escherichia Coli), i cetrioli sono arrivati al 90%di invenduto, dopodiché si è scoperto che non c’entravano nulla con il batterio; lo scandalo carne di cavallo era semplicemente un caso di truffa e falso in etichetta, ma da tutti i controlli effettuati in Italia non è poi emerso nessun rischio per l’alimentazione umana; e ora – con la nota dell’Oms sui salumi e le carni rosse, rischiamo di tornare al solito allarmismo inutile per la salute e dannoso per l’economia.

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