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Pane. I dati 2019 sui consumi in Italia

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Pane: quanto se ne vende in Italia? I dati diffusi a luglio 2019 da Assopanificatori e da Assipan segnalano un quadro preoccupante, con una forte contrazione dei consumi.

Quello lanciato congiuntamente dalle maggiori associazioni di categoria (Assipan-Confcommercio e Assopanificatori-Fiesa Confesercenti) è un vero e proprio allarme: il consumo di pane in Italia è crollato ai minimi storici. Nell’ultimo anno (dati diffusi a luglio 2019 e relativi all’anno 2018) il consumo pro capite di pane in Italia si è attestato sui 31 kg, un numero che segna il record negativo nella storia della panificazione nel nostro Paese. E il trend negativo prosegue da molti anni, e sembra essere inarrestabile: nel 2014 il consumo di pane pro capite in Italia era pari a 36 kg all’anno, nel 2008 i chili erano 50 e quarant’anni fa (anno 1980) gli italiani consumarono una media di 84 kg di pane a testa, pari al 64% in più del pane consumato in Italia nel 2018.

In questo contesto, nonostante l’alta qualità del prodotto Made in Italy, le imprese di panificazione in Italia sono scese oggi sotto quota 3mila, e i punti vendita al dettaglio sono meno di mille. Inoltre – mentre negli anni Ottanta la media di dipendenti nelle imprese del settore era pari a tre addetti e la produzione media giornaliera superava i 200 kg – oggi le attività del settore hanno in media un solo dipendente e non superano gli 80 kg di produzione al giorno.

Il presidente di Assopanificatori Davide Trombini, intervistato dal Corriere della Sera, ha commentato in questi termini la situazione di grave difficoltà del settore:anche un forno che riesce a produrre e vendere non più di 80 kg di pane al giorno necessita comunque di un laboratorio rispettoso di norme e regolamenti, il cui costo non è inferiore ai 300-350mila euro, e a questo punto diventa quasi impossibile ammortizzare le spese in tempi acccettabili. Intanto, il prezzo del pane rimane costantemente al di sotto dell’indice medio di incremento dei prodotti alimentari, a fronte di tariffe per le utenze (acqua, luce, gas) che aumentano a due cifre. E oltre a regole e regolamenti, tasse e burocrazia, ad aggravare la situazione sono la concorrenza sleale della Gdo, che utilizza il pane fresco come prodotto civetta, e il fenomeno dell’importazione del pane congelato dall’Est Europa, realtà libera dalle nostre normative e dalla nostra tassazione, capace di esportare da noi un pane di qualità inferiore e a prezzi stracciati. Ma il vero cambiamento avvenuto in questi anni nei consumi è culturale. Sempre più italiani mangiano fuori casa all’ora di pranzo, scegliendo prodotti diversi dal pane tradizionale. Poi ci sono gli snack, che si prendono sempre più spazio. E nel tempo abbiamo pagato la battaglia contro il pane fatta falla scienza, dai dietologi. Eppure, mentre crolla l’utilizzo del pane, aumentano diabete e obesità. In passato si mangiava pane tre volte più di oggi, ma certe patologie contemporanee erano meno diffuse. Sono dunque necessarie e urgenti delle azioni di sostegno alla rivalutazione del ‘prodotto pane’ nell’alimentazione e di valorizzazione della panificazione. Per questo chiediamo il riconoscimento dello stato di crisi del settore e abbiamo inviato al Ministero dello Sviluppo Economico un documento che individua in 10 punti i temi da affrontare e risolvere: dalle misure di sostegno a favore delle imprese per impedire la perdita di posti di lavoro alla costituzione di un tavolo di confronto permanente, dal rafforzamento della lotta all’abusivismo e alla contraffazione all’istituzione di una Consulta della Panificazione. E va introdotto anche un piano di tutela dei panifici come luoghi storici della cultura agroalimentare italiana“.

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