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Cinghiali radioattivi. Il caso dei cinghiali al cesio della Valsesia

È ancora un mistero la vicenda impressionante dei “cinghiali radioattivi” della Valsesia, valle alpina piemontese della provincia di Vercelli. In attesa dell’evolversi delle ricerche e delle spiegazioni, un fatto è certo: in 27 cinghiali cacciati nel comprensorio alpino della Valsesia sono state trovate tracce di cesio 137 in quantità fino a quasi dieci volte superiori al livello di guardia.

 

Tutto è partito da un controllo di routine dei tecnici del servizio veterinario regionale piemontese, che hanno scelto come campione 27 cinghiali abbattuti dai cacciatori in Valsesia tra il 2012 e il 2013. Il controllo, di prassi, doveva servire soprattutto per un’indagine sulla trichinellosi, una patologia che colpisce soprattutto suini, cinghiali e volpi e che può trasmettersi all’uomo. Gli stessi esemplari di cinghiali sono stati poi sottoposti a un test di screening, raccomandato dalla Commissione Europea, per la ricerca del cesio 137, isotopo radioattivo del cesio che deriva dalla fissione nucleare dell’uranio (dunque un sottoprodotto delle centrali nucleari). Il test sul cesio ha dato dei risultati inaspettati e sconcertanti: il livello di cesio nei campioni di cinghiale esaminati è ben oltre la soglia previste dalla legge in caso incidente nucleare (600 Bq/Kg), con punte addirittura di5.621 Becquerel per Kg.

 

Dieci campioni dei ventisette sono stati inviati al Centro nazionale di Foggia che si occupa della ricerca della radioattività nel settore zootecnico veterinario. Nel frattempo i controlli disposti dall’Arpa in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico interesseranno tutto il Piemonte e la Valle d’Aosta, con una particolare attenzione per il Monferrato astigiano (dove l’Asl ha già disposto controlli non solo sui cinghiali, ma anche su lepri, caprioli, funghi, tartufi e mirtilli), il Verbano-Cusio-Ossola (dove nel 2012 sono stati abbattuti dai cacciatori oltre 1400 cinghiali), e il Novarese (dove gli abbattimenti annui sono tra i 1200 e i 1500 capi). Intanto è arrivato in Valsesia il laboratorio mobile con i carabinieri del Noe e dei Nas. I carabinieri del Noe procederanno al campionamento di terra ed acqua, mentre i carabinieri dei Nas si occuperanno delle matrici alimentari (selvaggina, frutti di bosco, funghi, latte, formaggi) che finiranno poi nel centro specializzato di Foggia.

 

In attesa dei risultati dei controlli, la prima domanda che si pone è quella sull’origine della contaminazione dei cinghiali. Secondo Legambiente “non può essere altro che la ricaduta delle emissioni della centrale di Chernobyl“, e anche la Coldiretti parla di “contaminazioni che potrebbero essere da attribuire all’esplosione del reattore della centrale di Chernobyl nel 1986″. Al momento non c’è alcuna certezza, come spiega Aldo Grasselli, il segretario nazionale del Sivemp (Sindacato Italiano Veterinari di Medicina Pubblica): “senza fare ipotesi azzardate sugli esemplari positivi al cesio 137, come quella di un retaggio di Chernobyl, una contaminazione degli animali deve richiedere approfondimenti e analisi del contesto ambientale, meteorologico e idrogeologico in cui vivono”. Ma è poi lo stesso Aldo Grasselli a spiegare che “i cinghiali sono degli animali sentinella delle condizioni di inquinamento dei territori in cui vivono, perché ci forniscono delle informazioni precise grazie ad un certo modo si sfruttare l’ambiente”. Qualunque sia l’origine della radioattività, Chernobyl o altre fonti (per esempio i tre siti nucleari piemontesi, Trino, Saluggia e Bosco Marengo), il livello impressionate di cesio riscontrato nei cinghiali della Valsesia pone in ogni caso inquietanti interrogativi sulla situazione ecologica nel Nord Italia. Nel frattempo in Valsesia è già montata la comprensibile rabbia dei cittadini.

 

(Luigi Torriani)

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