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Export ortofrutticolo italiano. I dati 2019

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Export ortofrutticolo italiano: i dati pubblicati da Fruitimprese segnalano un quadro negativo, con una significativa contrazione delle esportazioni sia in quantità sia in valore.

 

Fruitimprese è l’Associazione nazionale degli esportatori e importatori di ortofrutta. I numeri sull’export ortofrutticolo italiano, pubblicati a marzo 2019 (e relativi all’anno 2018), fotografano una situazione preoccupante per l’ortofrutta Made in Italy, che pure vanta ancora oggi dei primati importanti (ha la leadership europea nella produzione dei kiwi e delle pere). Nel 2018 l’export è sceso dell’11,2% in quantità (fermandosi a 3 milioni e 553mila tonnellate e perdendo 446mila tonnellate rispetto al 2017), ed è sceso del 6,3% in valore (per una cifra di 4 miliardi e 599mila euro). Il comparto che resiste maggiormente è quello delle verdure (legumi e ortaggi), che scende nelle esportazioni soltanto del 3,5% in quantità e dell’1,2% in valore, per un totale di 916mila tonnellate e 1 miliardo e 319mila euro. Sono invece molto preoccupanti i numeri riguardanti il comparto della frutta fresca, che nel 2018 è calato del 16,2% nelle esportazioni in quantità (2 milioni e 193mila tonnellate) ed è sceso dell’11% nell’export in valore (per un totale di 2 miliardi e 462mila euro).

Il comparto della frutta secca scende (nelle esportazioni 2018 rispetto al 2017) del 10% in quantità (74mila tonnellate) ma soltanto dell’1,3% in valore (494 milioni di euro). Il comparto della frutta tropicale (frutti tropicali raccolti in Italia) cresce del 14,1% in quantità (113mila tonnellate) e resta sostanzialmente stabile (-0,3%) in valore (per un totale di 83 milioni di euro). Il comparto che va meglio – e che registra un 2018 in controtendenza, in crescita sul fronte dell’export – è quello degli agrumi: nel 2018 le esportazioni di agrumi italiani sono cresciute del 2,2% in quantità (255mila tonnellate) e del 7,1% in valore (239 milioni di euro).

Michelangelo Rivoira, vicepresidente di Fruitimprese, ha commentato in questi termini i dati sull’export ortofrutticolo italiano:il quadro, inutile nasconderselo, è molto preoccupante. E quel che è peggio è che le cose stanno ancora peggiorando: la Russia è un mercato perso che non recupereremo mai più, anzi forse diventeranno in futuro nostri concorrenti. Nei paesi del Nord Africa, che erano nostri buoni clienti, le primavere arabe sono sfociate in una spaventosa crisi economica e in una pericolosa instabilità politica. Intanto in Europa ci si fa concorrenza tra partner, ma i Paesi dell’est sono avvantaggiati perché ricevono più aiuti da Bruxelles, hanno meno costi produttivi e molta meno burocrazia della nostra, che ha raggiunto livelli asfissianti per le imprese. Non c’è altro rimedio che cercare nuovi sbocchi, aprire nuovi mercati. Perché la Cina può esportare in Europa la sua frutta e noi non possiamo portare le nostre pere/mele in Cina? Non ha senso. Ci sono enormi possibilità in Paesi che ci chiedono il nostro prodotto, come Thailandia e Vietnam, dove sono scaduti o mancano i protocolli sanitari. Abbiamo fatto accordi commerciali con gli Usa che non hanno funzionato perché gli Usa erano (e sono) nostri concorrenti. Tempo perso. Dobbiamo puntare solo sui mercati che non possono produrre la nostra frutta. Servono Tavoli dove le imprese e la politica lavorano insieme per aprire nuovi mercati. Non c’è altra via. Siamo penalizzati da costi energetici, del lavoro, del fisco, della previdenza più alti degli altri, da una burocrazia che è una vera palla al piede delle imprese. Impensabile che la situazione cambi, sono battaglie perse. Solo allargando la platea dell’export daremo un futuro alla nostra ortofrutta, inutile pensare a km zero o vendita diretta, misure non in grado di incidere

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