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Obbligo di indicare nelle etichette alimentari lo stabilimento di produzione. La petizione de Il Fatto Alimentare su Change.org

Petizione per l'indicazione in etichetta dello stabilimento di produzione

La rivista on line “Il fatto alimentare” e “Great Italian Food Trade” hanno promosso una petizione su Change.org per chiedere di reintrodurre l’obbligo di indicare nelle etichette alimentari la sede dello stabilimento di produzione, obbligo che era stato abrogato dall’ultimo Regolamento Ue sulle etichette (clicca qui per aderire alla petizione).

 

 

Qui su Universofood abbiamo già segnalato il Regolamento Ue n. 1169/2011, la più recente normativa europea sulle etichette alimentari entrata in vigore il 13 dicembre 2014 e di cui si è parlato fin da subito soprattutto per le nuove regole di tutela in favore di chi è affetto da allergie e intolleranze alimentari. Lo stesso regolamento, tuttavia, si segnala – secondo molti in negativo – per la cancellazione dell’obbligo di indicare in etichetta la sede dello stabilimento di produzione, obbligo che era in vigore dal 1992.


La rivista on line Il fatto alimentare – che abbiamo citato di recente su Universofood per la petizione che chiedeva lo stop a dolci, caramelle e snack venduti alle casse dei supermercati – ha lanciato, con “Great Italian Food Trade“, una petizione su Change.org per chiedere di ripristinare l’obbligo di indicare sulle etichette dei prodotti alimentari e delle bevande la sede dello stabilimento di produzione e di confezionamento. Una posizione condivisa anche dal Ministro delle Politiche Agricole Maurizio Martina (già promotore di una Consultazione pubblica sull’etichettatura dei prodotti alimentari) che ha sottolineato come la norma che imponeva l’obbligo di indicare lo stabilimento di produzione “abbia dimostrato negli anni una grande utilità sia per garantire la correttezza e la trasparenza nei confronti dei consumatori sia per agevolare l’attività dei controlli ufficiali, operati anche dal ministero delle politiche agricole per il contrasto delle frodi”. Mentre la rivista Il fatto alimentare, che ha promosso la petizione, ha spiegato: “le firme raccolte sono indirizzate principalmente a Federica Guidi, ministra dello sviluppo economico cui spetta il compito di notificare subito a Bruxelles la norma che già a partire dal 1992 consentiva ai prodotti italiani di indicare lo stabilimento di produzione. La richiesta è supportata da diverse organizzazioni dei consumatori, tra cui Altroconsumo, dalle principali catene di supermercati (Unes, Conad, Coop, Selex, Simply, Auchan, Eurospin, NaturaSì), da numerose imprese industriali, da diversi parlamentari del Movimento 5 Stelle e di altri partiti e dallo stesso ministro delle politiche agricole Maurizio Martina”.

 

Questo il testo completo della petizione (clicca qui per aderire):

 

Great Italian Food Trade e Il Fatto Alimentare chiedono al governo italiano di tutelare il Made in Italy e la salute dei consumatori, riaffermandol’obbligo di indicare sulle etichette dei prodotti alimentari e delle bevande la sede dello stabilimento di produzione.

Chiediamo alla Ministra Federica Guidi di notificare subito a Bruxelles la norma che a partire dal 1992 consentiva ai prodotti italiani di indicare lo stabilimento di produzione, come già più volte richiesto dalle organizzazioni dei consumatori, da numerose imprese industriali, artigianali e distributive, da diversi parlamentari e dallo stesso Ministro delle politiche agricole Maurizio Martina.

Premesso che l’indicazione dello stabilimento di produzione è relativamente indipendente dall’origine delle materie prime (la quale è pure in corso di discussione a livello europeo, per categorie di alimenti), chiediamo ai tre Ministri di cogliere l’occasione per rilanciare in Europa il valore indispensabile dell’informazione in etichetta sullo stabilimento di origine per le seguenti ragioni:

– SICUREZZA ALIMENTARE. Nei casi di allerta alimentare, la disponibilità immediata della notizia della sede dello stabilimento consente alle autorità di controllo di risalire in tempo reale alla causa del problema, e di intervenire con efficacia per ritirare il prodotto, anche al di fuori dei giorni feriali e degli orari di ufficio. Nella gestione delle crisi di sicurezza alimentare il tempismo è cruciale, e l’indicazione dello stabilimento può sicuramente abbreviarlo.

– SOVRANITÀ ALIMENTARE E OCCUPAZIONE. I consumatori hanno il diritto di fare scelte consapevoli che incidono in misura significativa sull’economia e sull’occupazione nelle filiere agroalimentari scegliendo prodotti confezionati nel proprio Paese. Senza l’indicazione dello stabilimento i gruppi multinazionali dell’industria alimentare e della distribuzione possono trasferire le produzioni e gli approvvigionamenti da un Paese all’altro – dentro e fuori l’Unione Europea – senza informare gli acquirenti.

– PROTEZIONE DEI CITTADINI. In assenza di informazioni sulla sede di produzione, i gruppi multinazionali che hanno acquistato marchi legati a un Paese (o a una sua Regione) possono ingannare i consumatori, utilizzando questo marchio su prodotti realizzati altrove. È il caso marchi italiani legati a formaggi, insaccati, pizze, pasta, gelati, olio, che verrebbero acquistati da consumatori convinti di comprare un alimento prodotto in Italia. Si deve perciò affermare il diritto dei cittadini a conoscere il luogo di produzione, a sapere se una pizza Margherita a marchio Buitoni è “made in Germany”, se un Cornetto Algida è “made in UK”, se un olio Bertolli è imbottigliato in Spagna, e così via.

In assenza di un intervento volto a tutelare il made in Italy come pure il made in France o il made in Spain… diventa impossibile per i cittadini identificare l’origine degli alimenti confezionati con il marchio delle catene di supermercati e di grandi gruppi industriali, che troverebbero sull’etichetta solo l’indirizzo di una sede legale. Tutto ciò a discapito dell’identità e della cultura materiale, del valore del lavoro in ciascun distretto produttivo, e delle rispettive economie.

 

(Luigi Torriani)

 

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