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Pesce cinese e scaduto. Venduto come italiano

Maxi sequestro di pesce avariato a Milano. Nel magazzino di un grossista ittico milanese i carabinieri dei Nas hanno scovato più di tre tonnellate di pesce congelato scaduto di provenienza cinese. Che stava per finire sui banconi dei supermercati e dei ristoranti del Nord Italia. Un caso limite? O piuttosto la punta d’iceberg di un fenomeno molto più ampio?

 

L’operazione dei Nas si è conclusa con una denuncia per frode nell’esercizio del commercio e detenzione di alimenti in cattivo stato di conservazione. E soprattutto con il sequestro preventivo di circa 30.000 confezioni di surimi al sapore di granchio e di oltre due quintali di salmone pronto per essere messo in commercio. Il pesce, di provenienza cinese e scaduto, veniva rietichettato e smerciato agli esercizi commerciali lombardi e delle regioni limitrofe. Il valore dei prodotti ittici bloccati è di circa 30.000 euro.

 

Nel commentare positivamente il sequestro effettuato dai Nas la Coldiretti lancia un allarme di ben più ampia portata. Secondo Coldiretti “tre piatti di pesce su quattro che si consumano oggi in Italia sono stranieri ma nessuno lo sa”. In particolare l’importazione di pesce dalla Cina nel primo semestre del 2011 ha registrato un aumento record del 24% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, raggiungendo i 7,1 milioni di chili di prodotti ittici (congelati) di importazione cinese.

 

 

La denuncia di Coldiretti risponde certamente alla volontà di difendere il Made in Italy nel comparto ittico. Ma c’è ben altro. Il problema di fondo è che i prodotti ittici di provenienza orientale hanno una tracciabilità che nella gran parte dei casi è praticamente impossibile. Cioè non si riesce a monitorare adeguatamente l’origine del prodotto e la lunga filiera che l’ha condotto fino alle nostre tavole. Il che significa, in sostanza, che il rischio di frodi ai danni dei consumatori è altissimo.

 

 

Un primo aspetto delle frodi che fanno capo all’importazione di pesce dall’Oriente è che un alimento in genere di qualità inferiore e certamente di prezzo bassissimo (nel caso del pangasio siamo tra gli uno e i due dollari al chilo) viene spacciato per pesce fresco italiano e venduto a cifre che in certi casi (per esempio sogliola, gamberi, cernia, polpo) possono anche oltrepassare i 30/40 euro al chilo. Grandi classici delle frodi ittiche sono il pollack spacciato per merluzzo, l’halibut atlantico al posto della sogliola, il brosme al posto del baccalà, il pagro al posto del dentice rosa, il trancio di squalo smeriglio presentato come pesce spada, il pesce serra al posto della spigola, il pesce ghiaccio (spesso di allevamento cinese) al posto dei bianchetti, il pangasio del Mekong venduto come cernia o come sogliola, il polpo del Vietnam spacciato per Mediterraneo, le vongole turche vendute come italiane, i gamberetti cinesi, argentini o vietnamiti spacciati per Made in Italy, i dentici della Mauritania venduti come nostrani.

 

 

L’elenco è lungo e annovera anche casi clamorosi, come quando la Capitaneria di porto di Mazara del Vallo ha scoperto che alcuni gamberetti rossi venduti sulle bancarelle di quella che è la maggiore marina d’Italia arrivavano dal Mozambico. O come quando al mercato del pesce di Gallipoli – importante meta di turismo gastronomico legato ai prodotti del mare – la Finanza ha scovato una bancarella che vendeva pesce di importazione spacciandolo per pesce locale. Se le frodi arrivano a toccare perfino i più importanti mercati del pesce d’Italia, quelli che tra l’altro spesso servono direttamente i migliori ristoranti anche del Nord Italia, figuriamoci cosa può accadere al pesce “italiano” che acquistiamo al supermercato a pochi euro.

 

 

L’altra faccia della medaglia, in queste frodi, sono i rischi per la salute stessa del consumatore. Cioè il problema della sicurezza alimentare. Il pangasio allevato nel delta del fiume Mekong vive in acque inquinatissime con oltre duecento scarichi industriali non regolamentati e con una fortissima presenza di antibiotici. Più volte – invano – il Wwf ha lanciato l’allarme sulle condizione ambientali di questo fiume. Altro caso particolarmente problematico è quello dei gamberetti e dei pesci vietnamiti, dato che in Vietnam è permesso un trattamento con antibiotici che in Europa è vietato perché pericoloso per la salute. Più in generale: il pesce importato dall’Oriente non è mai sicuro perché ha problemi irrisolvibili di tracciabilità.

 


Come uscirne? Prima di tutto attraverso un’intensificazione dei controlli. Ma Coldiretti ha proposo a ImpresaPesca anche un’altra misura di contenimento dell’emergenza frodi: estendere l’obbligo dell’etichetta d’origine, già vigente per le pescherie, anche ai menù dei ristoranti. Una sorta di “carta del pesce”, con indicazione di origine e di filiera, per ogni alimento ittico che viene servito sulle tavole dei ristoranti.

 

 

(Luigi Torriani)

 

 

 

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