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Con l'inizio dell'anno addio ai sacchetti di plastica non biodegradabili

Una notizia che, anche se non direttamente, interessa tutti gli operatori del settore alimentare e in particolare quelli della grande distribuzione: quest’anno sarà l’ultimo Natale con le  classiche buste in plastica, simbolo di consumo e di benessere ma anche causa di inquinamento e di degrado ambientale.

E’ quanto afferma la Coldiretti nel ricordare che il primo gennaio 2011 segna un passaggio storico con il divieto di produzione, commercializzazione ed utilizzo dei sacchetti in plastica non biodegradabili.
Per capirci meglio, quello che è divenuto un segno di attenzione all’ambiente da parte di molti supermercati e attività commerciali di varia natura, dal 2011 diverrà obbligatorio per legge per effetto della normativa nazionale che recepisce disposizioni comunitarie, in particolare la direttiva 94/62/CE sugli imballaggi e i rifiuti di imballaggio. Nei mercati e nei punti vendita degli agricoltori di Campagna Amica ad esempio sono molteplici le iniziative per favorire questo passaggio come i progetti “Porta la Sporta” e “Compostiamoci meglio” (vedi sul portale www.campagnamica.it nella sezione stili sostenibili).

Gli italiani – precisa la Coldiretti – sono tra i massimi utilizzatori in Europa di shoppers in plastica con un consumo medio annuale di 300 sacchetti a testa. In Italia arriva un quarto dei 100 miliardi di pezzi consumati in Europa dove vengono importati per la maggioranza da paesi asiatici come la Cina, Thailandia e Malesia. Il 28% di questi sacchetti diventa rifiuto e va ad inquinare l’ambiente in modo pressoché permanente poichè occorrono almeno 200 anni per decomporli.
l problema non si limita a quello che si vede tra i rifiuti delle città come Napoli ma occorre pensare, per esempio, a quello che accade nei fiumi italiani e più in generale del mondo, quando le sponde ad ogni piena si trasformano in vere discariche; oppure alle isole di plastica degli oceani dove per un gioco di correnti si accumulano quantità enormi di rifiuti plastici galleggianti che quando si degradano avvelenano le catene alimentari, uccidendo migliaia di animali e soffocando gli organismi sul fondo dei mari. Sulla terraferma spesso i rifiuti di plastica sono bruciati e ciò comporta l’emissione di sostanze clima-alteranti come l’anidride carbonica e inquinanti come le diossine, composti pericolosissimi per la salute dell’uomo e dell’ambiente. Inoltre, l’inquinamento derivante dai sacchetti non è legato solo allo smaltimento, ma anche alla produzione. Si stima, infatti, che per produrne 200 mila tonnellate vengano bruciate 430 mila tonnellate di petrolio.
Numerose – continua la Coldiretti – sono le iniziative per sostituire, come è già avvenuto in altri Paesi, le vecchie buste di plastica. Si va dal ritorno alle tradizionali sporte in fibre naturali del passato alla sostituzione della plastica con materiali innovativi biodegradabili come i nuovi ecoshopper realizzati in bioplastica ricavata da mais e da altre materie vegetali. Con mezzo chilo di mais e un chilo di olio di girasole – conclude la Coldiretti – è possibile produrre circa 100 bustine di bioplastica non inquinante (bio shopper).

Per concludere, ecco qualche dato specifico:

I NUMERI DELLE BUSTE DI PLASTICA

Oggi le buste di plastica non biodegradabili consumate in Italia ci consegnano un primato negativo di 20 miliardi all’anno sui 100 miliardi totali in Europa. Le stime parlano di una commercializzazione annua mondiale di 1000 miliardi di sacchetti che resteranno nell’ambiente all’infinito provocando la morte di milioni di pesci, balene, delfini, tartarughe e altri animali. Se, inoltre, si sostituissero con 10 sporte riutilizzabili i 300 sacchetti di plastica che ogni italiano consuma all’anno, si risparmierebbero più di 180 mila tonnellate di petrolio e altrettante di emissioni di CO2.

(Da www.beverfood.net)

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