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Forum Internazionale dell'Agricoltura e dell'Alimentazione di Cernobbio. La sintesi degli interventi

Forum Internazionale dell'Agricoltura e dell'Alimentazione di Cernobbio

Il Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione di Cernobbio, organizzato dalla Coldiretti e dallo studio Ambrosetti, è l’appuntamento italiano più importante per il dibattito e l’approfondimento sui problemi economici legati al settore agroalimentare. Vediamo, in sintesi, quali sono stati i relatori e i contenuti dei loro interventi al Forum 2013, la tredicesima edizione della rassegna, che si è svolta a Cernobbio nei giorni 18 e 19 ottobre.

 

Ci siamo già soffermati nei giorni scorsi qui su Universofood sui quattro grandi temi dell’edizione 2013 del Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione di Cernobbio: le dimissioni di Sergio Marini da presidente della Coldiretti; il nuovo Rapporto Coldiretti/Eurispes sulle agromafie; la questione dei cheese kit per falsificare i formaggi italiani; il Dossier della Coldiretti sugli italiani senza cibo e le nuove povertà in Italia.

 

Riportiamo ora una sintesi degli interventi al Forum di tutti i maggiori relatori (le sintesi degli interventi si basano sui testi diffusi dalla Coldiretti nei suoi comunicati stampa; il neretto nelle frasi più significative è nostro):

 

 

MASSIMO D’ALEMA

(Presidente Fondazione “italianieuropei”)


Nel nostro Paese la preoccupazione per il futuro e le aspettative di incertezza incidono sui cittadini e sulla loro propensione all’acquisto, rallentando la ripresa economica. Su questo fronte è necessario un maggiore impegno delle forze sociali più vive.
La crisi globale ha assunto in Europa una dimensione drammatica. Le difficoltà sono nate negli Stati Uniti, ma hanno prodotto problemi soprattutto nella nostra parte del mondo, che evidentemente aveva meno anticorpi per combattere questa ‘malattia’. Le misure adottate sono state incomplete, e nell’ambito del G20 le risposte alla crisi finora sono state troppo tiepide, soprattutto in merito agli aspetti finanziari. La finanza non deve essere criminalizzata, ma deve essere indirizzata a sostenere l’economia reale e questo è stato fatto solo in modo limitato. Servono regole per garantire una ragionevole fluttuazione dei cambi tra le monete che fanno l’economa mondiale. In Europa si riesce a convivere con una disoccupazione  del 15%, mentre negli Stati Uniti una disoccupazione dell’8% farebbe saltare il presidente. Questo perché noi abbiamo un welfare più solido e  reti di protezione sociale come la famiglia.

Per quanto riguarda il ruolo dell’agricoltura italiana nello scenario generale, il settore non deve puntare solo sulle esportazioni , ma anche recuperare il mercato interno. Non sono contrario alle eccellenze, ma serve anche una base quantitativa importante. Uno dei motivi del nostro impoverimento è l’eccessiva penetrazione dei prodotti stranieri sui nostri mercati.

 

CORRADO PASSERA

(ex Ministro dello Sviluppo Economico)

 

Occorre raddoppiare la presenza sui mercati internazionali ed agire sui meccanismi dell’internazionalizzazione attraverso la semplificazione e una nuova capacità produttiva. L’agricoltura può crescere anche sul mercato interno. Ma il grande spazio è quello di conquistare il mondo. Possiamo raddoppiare i 30 miliardi di esortazioni, ma guai a scegliere il darwinismo sociale delle produzioni dove l’unico elemento è il costo; non potremo mai vincere su questo terreno. Il tema è la qualità, l’organizzazione della produzione, la creazione e ricreazione di marchi.
Sul fronte della semplificazione non stiamo andando nella direzione giusta e quando vediamo leggi di stabilità come quella che è stata fatta purtroppo ultimamente, ma questo vale per gli ultimi dodici mesi e ci metto dentro anche buona parte del nostro governo, è veramente poco quello che si porta a risposta di un problema che ormai è una sorta di marea che ci sommerge. In Italia ci sono 10 milioni di persone con gravi problemi di lavoro. Quando un paese è bloccato inizia ad avere paura. Non solo non investe, non compra casa, non fa figli. Così si alimenta il rancore sociale. I populismi nascono da paura, angoscia del futuro. Non siamo ancora a quel livello, ma ci stiamo andando senza reagire. La politica è troppo lontana, concentrata sui problemi di ogni singolo partito, legata ai personalismi senza mostrare un modello, un programma, un progetto. Il rischio per il paese è molto alto.
Se Coldiretti è riuscita a non subire questo trend ed è vista da altre rappresentanze come uno dei pochi modelli che funziona, c’è un ragione: è quella capacità di vedere la società nel suo complesso, la volontà di affrontare con coraggio le scelte, è la capacità di essere leader. Il modello Coldiretti è un modello per Italia che può essere molto importante.

 

ANDREA BOLTHO

(Professore Magdalen College, Oxford University)

 

Ci aspettano: ripresa nella zona anglo-americana, ripresina nella zona euro e ancora recessione in Italia.
Gli americani hanno in parte risolto i loro problemi e i loro tassi, bassissimi, dovrebbero riprendere. Ma non è detto che ciò che va bene per gli americani vada bene per l’Europa. In Cina continua la crescita del Pil (attorno al sette per cento), mentre in Europa si attende l’uscita dalla recessione, che prima o poi arriverà, anche se sarà più bassa di quella anglo americana, con qualche problema per l’Italia che è l’unico paese ad essere ricaduto in recessione dopo la grande recessione del 2009.
La ripresa europea sarà a due velocità: più veloce quella dei Paesi del Nord, più lenta in quelli del Sud
. Nei primi la produttività cresce, mentre arriva quasi a diminuire il costo del lavoro. Mentre al sud la situazione è opposta, con l’aggravante di un tasso di disoccupazione in crescita.

 

YVES MENY

(Presidente Emerito Istituto Universitario Europeo)

 

Il populismo ha origini americane ed è quasi sconosciuto in Europa fino agli anni 90. Successivamente esplodono i movimenti populisti anche in Europa. I motivi principali sono: la crisi delle ideologie e dei partiti tradizionali, la crisi del welfare state, la trasformazione delle strutture sociali riferite all’immigrazione, i cambiamenti economici e tecnologici e la globalizzazione.
In Italia abbiamo tre tipi di populismo: il populismo alla Berlusconi, con una capacità forte di mobilitazione grazie ad argomenti versatili; un populismo alla Bossi, trasformazione di protesta settoriale in protesta territoriale; un populismo alla Grillo, basato sulla pura protesta. In Italia i populismi hanno avuto e hanno un impatto elettorale più forte rispetto agli altri Paesi, ma alla la classe politica continua a essere incapace di innovare e di cambiare.

 

DOMENICO QUIRICO

(Giornalista La Stampa)

 

All’inizio ci fu la primavera araba, che si manifestò in maniera repentina ed immediata. Ma la domanda che dobbiamo porci è: fu una vera rivoluzione? In un certo senso sì: un mondo immobile all’improvviso  si è messo in movimento, perché ad un certo punto la popolazione non si è più riconosciuta in chi governava. La rivoluzione ha trovato terreno fertile soprattutto tra i giovani privi di aspettative nel futuro e è esplosa nel malcontento dovuto a condizioni di vita molto dure, alla povertà estrema e all’aumento dei prezzi dei generi alimentari. Ma anche se esisteva una situazione oggettivamente rivoluzionaria,  non esisteva una elite maggioritaria con un progetto politico che sapesse trasformare la rivoluzione e incanalarla in una certa direzione. Sono stati gli stessi partiti di minoranza islamica a raccogliere poi l’eredità delle rivoluzioni traducendola  in un secondo tempo in potere politico. Tant’è che, paradossalmente, nelle prime elezioni libere dopo la dittatura, la maggioranza delle popolazioni  tunisine o egiziane non ha votato per i partiti che si rispecchiavano nei modelli occidentali  o europei, ma per i partiti islamici, e questo per due motivi principali: in primo luogo perché avevano fatto resistenza ai regimi autoritari da cui erano stati cacciati ed esiliati, in secondo luogo perché avevano un progetto politico che non avevano gli altri, tanto meno l’Occidente che con i regimi totalitari aveva fino ad allora convissuto.

 

 

GIULIO SAPELLI

(Professore di storia economica, Università di Milano)

Per uscire dalla crisi è fondamentale l’agricoltura, come dimostra lo sviluppo del Brasile grazie a 25 anni di buona politica, con una riforma agraria che ha creato e favorito la piccola proprietà contadina. Lo stesso ha fatto la Polonia, che ha subito meno la crisi perché ha mantenuto una forte base agricola e agroalimentare.

 

RAJ PATEL

(Universita’ della California, Berkeley)

 

Il concetto di “sovranità alimentare” fa parte attualmente della costituzione di cinque Paesi: Venezuela, Bolivia, Ecuador, Mali e Nepal. È un modello economico alternativo a quello delle multinazionali, che producono eccessi di cibo e creano una situazione – da ripensare radicalmente – in cui si crede che l’importante sia produrre di più e non redistribuire meglio.

 

FRANCO ISEPPI

(Presidente Touring Italiano)

 

Il turismo nel nostro Paese vale 64 miliardi di euro, il 4% del PIL, un valore che aumenta a 161 miliardi  se si considera l’indotto, e diventa il 10% del Pil. Il settore del turismo in Italia conta 1.100.000 occupati, che salgono a 2.700.000 se si considerano i comparti indirettamente collegati. Ma nonostante questi numeri oggi il turismo non è considerato un’opportunità di sviluppo.
Ci limitiamo a vivere di rendite di posizione
, mentre puntare a diversificare l’offerta. Dovremmo puntare su un turismo più personalizzato e meno standardizzato.

 

 

FRANCESCO DI IACOVO

(Professore di Economia Agraria e Sviluppo Rurale Università di Pisa)

Il valore economico è essenziale e la prosperità è un tema rilevante, ma non dimentichiamo l’aspetto sociale. Abbiamo visto la trasformazione da contadini a imprenditori. Per l’agricoltura sociale abbiamo bisogno di persone che si risentano contadini, che stiano dentro le comunità, che partecipino alla vita sociale.

 

ANDREA SEGRÉ

(Direttore Dipartimento Scienze e tecnologie alimentari Università di Bologna)

 

Al mondo ci sono circa due miliardi di persone che mangiano male: 862 milioni sono affamati, più di un miliardo sono obesi e questo in una situazione in cui si sprecano 1,3 miliardi di tonnellate di prodotti alimentari per un valore di oltre 900 miliardi di dollari. Secondo la Fao se potessimo recuperare l’1,3 miliardi di tonnellate di alimenti potremmo nutrire due miliardi di persone, molto più di quanti sono gli affamati. Dobbiamo trovare la strada per superare questo paradosso.
Negli ultimi anni è aumentata la povertà alimentare e, nonostante la diminuzione della produzione di spazzatura, sono aumentati gli sprechi alimentari che si concentrano per il 79 per cento nella parte finale della filiera, quindi a casa nostra. Per uscire da questa situazione occorre applicare tre parole chiave: solidarietà, sostenibilità e responsabilità: solidarietà per mettere in contatto chi ha di più e chi non ha, sostenibilità per ridurre gli sprechi e responsabilità per ripartire il giusto valore lungo la filiera in modo uguale.

 

ELIO LANNUTTI

(Fondatore e Presidente Adusbef)

 

Bisogna battersi per nuovi modelli culturali fondati sui valori che ha espresso ed esprime la Coldiretti. Occorre cambiare paradigma e stile di vita anche se non è facile nel mondo globalizzato che edifica le fortune per ristrette cerchie di élite drogando l’economia con derivati tossici. Gli speculatori controllano il 60% mercato dei cereali a fronte del 12% di cinque anni fa. Le banche speculano sulle commodity agricolee, e la finanza basata sui mercati delle commodity agricole specula sulla fame dei ceti meno abbienti.
Un sistema pericoloso di scommesse sulle derrate agricole di base che non corrisponde agli scambi reali. Ecco perché bisogna “tornare alla terra”. L’Italia, distratta dalla crisi, si sta facendo portare via i terreni agricoli. In Italia oltre 700mila piccole aziende sono sparite nell’arco di un decennio; il 30% dei terreni fertili è in mano all’1% delle aziende. Nel 2011 lo 0,29% delle aziende agricole ha avuto accesso al 18% dei fondi comunitari (Pac); nel 2009 il 75% degli incentivi è finito al 18% degli aventi diritto. In Italia si sta riaffacciando il latifondismo con terreni fertili non più destinati al cibo, ma a biomasse ed energie rinnovabili. Si sviluppa così un panorama agricolo caratterizzato da una concentrazione di proprietà.

 

MARIO CIACCIA

(Ex magistrato, estensore legge “Buon samaritano”)

 

L’uomo che ha fame non è un uomo libero. L’uomo che ha fame perde la sua dignità di uomo. Per Mario Ciaccia, già magistrato della Corte dei conti, è questo il motivo per cui il diritto alimentare è, oggi più che mai, un diritto fondamentale, che ha trovato consacrazione giuridica nel 2003 con l’approvazione della legge n.155, conosciuta come Legge del Buon Samaritano. La norma, di cui il giurisperito ha parlato nel corso del Forum dell’agricoltura di Cernobbio e di cui è stato estensore, ha permesso un “salto epocale” in materia di donazioni alimentari disciplinando il recupero e la redistribuzione di alimenti freschi e cibo cotto da parte di Onlus che hanno come attività l’aiuto alimentare per fini di solidarietà sociale. 
Una legge semplice (è composta da un solo comma) che, in dieci anni, ha permesso importanti traguardi per le tante associazioni senza fini di lucro che hanno potuto distribuire ai più bisognosi gli alimenti di alta reperibilità rimasti invenduti nel circuito della grande ristorazione e distribuzione organizzata. Ed è sul salto epocale compiuto dalla legge che Mario Ciaccia si è soffermato. Prima della legge del Buon samaritano recuperare e distribuire le eccedenze di cibo a fini solidaristici era molto complicato a causa della responsabilità di percors. La norma semplifica enormemente le cose equiparando le associazioni di volontariato in consumatori finali. Una legge semplice e importante rivolta a tutti coloro che cercano di ridurre gli sprechi. Oggi più che mai, come ha detto Papa Francesco, “la cultura dello scarto tende a diventare purtroppo mentalità comune che contagia tutti e la vita umana non è sempre sentita come valore da tutelare e rispettare”.

 

 

ROBERTO MARONI

(Presidente della Regione Lombardia)

 

Roberto Maroni ha annunciato la costituzione  di una nuova macroregione alpina formata da 45 regioni di 7 Stati membri diversi. Regioni, non solo europee, che insistono sull’arco alpino. Un organismo che avrà riflessi importanti sulla programmazione europea per molti settori e terrà conto delle specificità di queste aree.
Per l’Italia faranno parte il Piemonte, la Lombardia, il Veneto, la Valle D’Aosta, il Friuli Venezia Giulia, il Trentino Alto Adige e Sud Tirolo. Queste regioni, che hanno delle specificità anche dal punto di vista agricolo, potranno far valere in modo utile e interessante  la loro partecipazione a questa entità, che verrà formalizzata nel corso del prossimo semestre italiano. Questa iniziativa avrà riflessi importanti anche sulle agricolture territoriali. “La Lombardia dal punto di visita agricolo è la prima regione a livello nazionale e la seconda a livello europeo e io come Governatore intendo salvaguardare questi primati e il ruolo del settore primario.
Proprio per questo la Regione Lombardia per sostenere gli agricoltori sta lavorando per evitare il consumo del suolo, ha emanato una legge che ha sospeso la costruzione di nuovi centri commerciali, ha anticipato il 70% della Pac, una percentuale che nelle zone terremotate di Mantova è arrivata fino al 90%, e ha inoltre erogato 30 milioni di euro sul PSR e fatto bandi di finanziamento per 55 milioni di euro”.
“Per Expo 2015, che avrà come tema “Nutrire il pianeta, energia per la vita”, stiamo elaborando un protocollo sulla lotta alla contraffazione  alimentare  che impegna chi lo sottoscriverà a mettere in atto misure concrete. Lo porterò all’attenzione dell’Unione Europea  perché è in questa sede che si devono concentrare le azioni che possono essere attuate”.
Maroni ha quindi evidenziato  che il fenomeno dell’italian sounding  sottrae all’agricoltura  oltre 60 miliardi di euro e comporta rischi anche per la salute.

 

 

GIAN MARIA FARA

(Presidente Eurispes)

 

Le ecomafie si stanno trasformando in agromafie. Dopo aver devastato ampie porzioni del territorio nazionale la mafia ha scoperto il business agro-alimentare grazie anche ad una normativa europea che dà ampi spazi all’ambiguità, che non riconosce l qualità e l’origine delle produzioni, lasciando i prodotti locali soli a confrontarsi con norme asservite spesso alle multinazionali”.
Rispetto al primo rapporto sulle agromafie, presentato due anni fa proprio al Forum Coldiretti di Cernobbio, Fara ha sottolineato che il fenomeno è cresciuto da 12 a 14 miliardi. Il cibo negli ultimi anni è diventato la nuova frontiera della mafia, in cui si va affermando una malavita dai colletti bianchi, che non si limita più all’imitazione di marche famose, ma acquista antichi marchi, li svuota del sapere e della storia per riempirli di prodotti dalla provenienza ambigua. Siamo passati dall’italian sounding all’italian laundry, lavaggio di denaro sporco con acquisti, rivendite e riacquisti di aziende.
Dietro a marchi importanti si concentrano prodotti raccattati per il mondo che niente hanno a che vedere con l’originale. Come nel caso degli oli extravergine d’oliva di antichi marchi italiani, venduti però a 3 euro: tanto varrebbe utilizzare direttamente olio Fiat.

 

DONATO CEGLIE

(Magistrato)

 

La prima pubblicazione che ha analizzato l’agromafia risale al 1995 ed era a cura dell’Eurispes. L’ultima è quella di quest’anno di Legambiente. In questo ventennio non solo non è cambiato nulla, ma il territorio italiano ha subito 20 anni di roghi illegali, di smaltimento dei rifiuti, di tragedie ambientali. E tutto questo senza che la legislazione potesse incidere penalmente.
Lo smaltimento illegale dei rifiuti tossici permette un abbattimento dei costi di almeno il 95 per cento. Nei porti italiani ci sono container pieni di rifiuti che vanno all’estero da cui tornano giocattoli e prodotti parafarmaceutici.
Il messaggio che deve arrivare è che l’agricoltura ha bisogno di terreni sani, puliti. Quando si bruciano pneumatici fuori uso (e ne sono stati bruciati 100 mila tonnellate) si determina un tasso di diossina superiore alla tolleranza circa 30 volte. Anche la cementificazione determina un’aggressione pesante. La speranza –arriva dalla comunicazione e dall’attività dei giovani che sul territorio lavorano ad esempio nelle cooperative confiscate.

 

ARTURO DE FELICE

(Direttore Dia)

 

Il mondo ruraleè più  facilmente preda dei fenomeni criminali perché regno dell’omertà e perché in molti territori non vi sono forze di polizia. Un sistema, quello criminale, che porta ad un guadagno illecito di circa 12 miliardi di euro l’anno. E’ un’attività variegata che va dall’ accaparramento di finanziamenti pubblici alla gestione della manodopera di immigrati clandestini. Il fenomeno del caporalato è un problema atavico che riguarda soprattutto le regioni del Sud perché in questa parte d’Italia vi sono imprenditori disposti ad assumere in maniera illecita. Il caporalato è gestito in maniera articolata con accordi tra i criminali di varie Regioni. 
L’attività’ della Dia ha portato all’ identificazione di una vera catena di azioni criminali che vanno dalla produzione, al trasporto alla grande distribuzione. Ciò è dimostrato dalle azioni compiute dalla Direzione, che soprattutto negli ultimi mesi ha determinato  l’arresto e la confisca di ingenti patrimoni, per milioni e milioni di euro in molte regioni. In Sicilia, al re del vento,  ad esempio è stato confiscato un patrimonio di un miliardo e cinquecento milioni. L’elemento positivo che contribuirà ancora di più aell’azione di repressione è l’entrata nella Dia del Corpo forestale.

 

TULLIO DEL SETTE

(Vice Comandante Generale dell’Arma dei Carabinieri)

Con un’articolazione dei servizi territoriali in 4633 stazioni, sono al lavoro varie squadre specializzate negli ambiti operativi riguardanti la salute, l’ambiente e il lavoro. I Nac, nuclei antifrodi dei carabinieri, rappresentano il team per la repressione frodi, mentre i Nas sono i nuclei antisofisticazioni sanitarie e i Noe i nuclei operativi ecologici per la tutela del paesaggio e la salvaguardia del suolo impiegati contro i crimini verso l’ambiente e nello smaltimento dei rifiuti. Ci sono inoltre i carabinieri per la tutela del lavoro e la previdenza  ovunque sia previsto un rapporto di salariato: dunque anche in agricoltura.
Sono molte le attività che hanno visto protagonisti i carabinieri, come le investigazioni  nei mercati ortofrutticoli di Fondi e Vittoria contro sodalizi di clan mafiosi. I controlli antisofisticazioni in Lombardia e in Friuli sul vino doc hanno portato all’arresto dei colpevoli. Così come le varie vicende legale al sequestro di ettolitri di olio taroccato e di fusti di sughi di pomodoro cinese conservato in condizioni estreme e intercettato in Campania. Non ultima è da citare la drammatica recente vicenda dei rifiuti nella Terra dei Fuochi.
Un elenco di numeri e dati che danno la conferma dei risultati di un’unione di forze che a livello nazionale si deve confrontare con le reti internazionali e con altri Paesi dove mancano le stesse regole e le norme penali. L’auspicio è di giungere ad una convenzione tra gli Stati che valga per la preservazione del sistema agroalimentare, la trasparenza dei mercati e la qualità della vita che passa per la difesa dei diritti dell’individuo a partire dal diritto alla salute.

 

FAUSTO MARTINELLI

(Vice Capo del Corpo Forestale dello Stato)

 

Dagli anni ’80, quando è stato certificato il primo traffico illegale di rifiuti provenienti dall’agricoltura, il concetto di sicurezza si è dilatato passando dal concetto di sicurezza ambientale alla sicurezza agroambientale.
Sicurezza indispensabile per contrastare attività illegali e tutelare la qualità della vita. Esiste uno stretto legame tra le 3 A (Agricoltura, Ambiente, Alimentazione) ed è il territorio. Territorio che quando è ordinato garantisce sicurezza e qualità
Dalle relazioni di questi giorni è emerso un quadro desolante della società, e in tale contesto di crisi e difficoltà si sviluppano i comportamenti più disparati che portano a crimini ambientali che vanno dalle mafie del cemento alle ecomafie fino alle agromafie. Il CFS si muove in tale contesto, conscio della propria rappresentatività che è solo del 3% rispetto al totale delle forze dell’ordine. Nonostante questo abbiamo competenza su un certo ambito di reati ambientali. 
Il nostro Corpo di polizia si muove secondo una direttiva del Mipaaf su 3 settori: contraffazione dei prodotti agroalimentari a tutela della qualità; controlli sulla tracciabilità dell’origine dei prodotti; contrasto ai crimini agroalimentari nei settori oleario, lattiero-caseario, carneo e vitivinicolo. Le agromafie, così come i crimini ambientali, non hanno limiti geografici o di prodotti, ma producono risultati disastrosi sulla salute e sull’intera economia. Ovviamente i campi di azione del CFS non sono così netti e suddivisi tra i diversi corpi di polizia.
Il CFS ha fatto un progressivo percorso organizzativo ed istituzionale, ma su questo, insieme agli altri corpi di polizia, occorre cercare una forma migliore di coordinamento per poter raggiungere obiettivi maggiori. E’ necessario,inoltre attivare e incentivare i rapporti sociali, con istituzioni, scuole, ecc., e la collaborazione con Coldiretti ne è un esempio.

 

GIORGIO TOSCHI

(Comandante dei reparti speciali Guardia di Finanza)

 

Agromafia e ecomafia sono oggi tra i business più remunerativi in termini assoluti. E’ pertanto più che mai importante difendere le imprese legali e oneste e tutelare i cittadini dal rischio di frodi.
Toschi, dopo aver evidenziato la necessità di combattere con sempre maggiore accanimento gli atti di illegalità, ha illustrato, con dati alla mano, anche l’importante opera di difesa e controllo che la Guardia di Finanza sta portando avanti negli ultimi anni con riferimento alle operazioni rivolte alla tutela della sicurezza alimentare, agli interventi contro le frodi legate alla percezione indebita di aiuti comunitari e alla lotta al caporalato inteso come “l’illecita attività di procurare lavoratori anche clandestini e farli vivere sovente in condizioni disumane”. 
E per finire, l’invito ad una maggiore sinergia e collaborazione nel contrasto alla criminalità: “sono convinto che l’unità di intenti e la cooperazione concreta e fattiva tra istituzioni, associazioni di categoria, operatori del settore e cittadini siano la migliore risposta per combattere le agromafie in tutte le loro forme e definizioni. Solo questa sinergia potrà garantire la crescita di un comparto irrinunciabile dell’economia nazionale che merita la massima considerazione da parte di tutti”.

 

JIMMY GHIONE

(Giornalista Striscia la Notizia)

 

Si sta verificando un fatto paradossale: gli stranieri si stanno abituando al prodotto imitato. E’ questo il pericolo più grande se non si sconfigge l’attività di contraffazione alimentare”. Al forum internazionale di Cernobbio non poteva mancare Jimmy Ghione, eclettico inviato di “Striscia la notizia” che negli ultimi anni si è lanciato in una vera e propria battaglia contro il falso made in Italy alimentare, alla ricerca di imitazioni di vini, formaggi e salumi italiani. Il giornalista ha ricordato “il giro per il mondo con la Coldiretti alla ricerca di tarocchi trovati in tutti i supermercati di Canada, Svezia, Stati Uniti” che ledono l’immagine e il lavoro dei produttori italiani per un valore di ben 60 miliardi di euro. Una cifra enorme che – ha detto Ghione – “dobbiamo riportare nelle tasche dei nostri agricoltori”. Ma la paura più grande per il giornalista è legata alla possibilità di un cambiamento nell’alimentazione e nel gusto, con il rischio che, se le imitazioni continuano a diffondersi, “si arriverà a scambiare il tarocco per originale e l’originale per tarocco” e “se abituiamo i bambini a mangiare cavallette certamente da grandi non chiederanno il Parmigiano”. E per finire l’appello al governo che “deve salvaguardare i nostri produttori”  e a tutti di “ampliare i nostri orizzonti per guardare a ciò che viene fuori dell’Italia”.

 

 

 

 

PIER CARLO PADOAN

(Vice segretario generale e capo economista Ocse)

 

La situazione dei rapporti tra Unione Europea e Usa e le modalità con cui hanno gestito la crisi sono state al centro dell’intervento di Pier Carlo Padoan, vice segretario generale e capo economista Ocse. La sua riflessione ha messo a confronto le due realtà: gli Stati Uniti stanno uscendo dalla crisi più rapidamente e con una crescita più sostenuta che nella zona euro e le performance, le sfide e le politiche sono diverse.
Nel corso del suo intervento Padoan ha spiegato che  l’Ocse ha calcolato che se  gli Stati Uniti decidessero di infliggersi la più grande crisi generata dalla politica e non dall’economia e se il tetto del debito non dovesse essere aggiustato, l’economia americana cadrebbe per effetti diretti e indiretti in una recessione di oltre il 4% e l’economia mondiale in una recessione di oltre il 2%. Questo significherebbe che dopo la grande recessione generata dall’instabilità finanziaria ci sarebbe una seconda grande recessione generata dalla politica.
“La politica economica ha una grande responsabilità sia negli Stati Uniti sia in Europa per gestire l’uscita dalla crisi”, ha affermato Padoan, che ha anche evidenziato come la realtà europea presenti una difficoltà in più: la disoccupazione. Negli Stati Uniti la disoccupazione è più bassa ed è in calo, mentre in Europa è più alta e sta aumentando
.
Tra i motivi che hanno permesso agli Usa di allontanare prima la crisi, figura il fatto che hanno rimesso a regime il sistema finanziario e il sistema bancario e poi si sono dedicati a reindirizzare  la politica di bilancio. Secondo Padoan in Europa oggi gli aggiustamenti fiscali sono a buon punto, mentre non lo sono ancora quelli del sistema finanziario e questo vuol dire che anche le altre politiche non funzionano. Parlando della zona euro, Padoan ha rimarcato che presenta principalmente due problemi: non cresce ed è estremamente frammentata. Questa situazione l’ha portata ad essere molto vicina a un punto di esplosione.
In conclusione, Padoan ha rilevato che le politiche devono fare molto di più sia a livello nazionale sia a livello europeo. Sul fronte delle politiche nazionali bisogna completare il consolidamento fiscale, aggiustare il sistema finanziario, proseguire con le riforme strutturali  e aggiustare gli squilibri in modo più simmetrico. Per quanto guarda le politiche europee invece è necessario tenere sotto controllo i bilanci bancari con test specifici, favorire l’unione bancaria e far crescere il mercato interno.

 

VITTORIO EMANUELE PARSI

(Professore di Relazione internazionali dell’Università Cattolica di Milano)

 

“Un enorme palazzo sul mare che non ha, però, una finestra sul mare”. Ha scelto questa efficace metafora Vittorio Emanuele Parsi, professore di Relazioni Internazionali dell’Università Cattolica di Milano intervenuto al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione a Cernobbio per descrivere il “disinteresse” da parte dei paesi del Nord dell’Europa nei confronti di tutto quello sta succedendo al Sud. Un allontanamento che è stato progressivo nonostante il tentativo – fallito – di un avvicinamento. 
“In questi ultimi tre anni – ha detto – abbiamo assistito ad un potenziale avvicinamento in termini di società tra le due sponde, vanificato dal progressivo allontanamento dei baricentri politici rispettivamente dell’Europa e del mondo arabo”. Per Parsi, che ha ricordato come le “primavere arabe” siano state “un processo rivoluzionario di domanda politica che non ha incontrato un’offerta politica corrispondente alla direzione della domanda”, la reazione dell’UE e degli Stati Membri alle “rivolte” ha solo contribuito ad “accentuare la natura continentale, carolingia, baltica dell’Unione”
La crisi economica e finanziaria ha messo a nudo la “fragilità” dell’Unione Europea riducendo la “capacità d’intervento al di fuori dell’area” e sbilanciando le relazioni interne, tra i paesi forti e robusti, e quelli meno forti e robusti, che guarda caso coincidevano con quelli che si affacciano sul Mediterraneo”.
La primavere arabe hanno anticipato la nostra perdita di rilevanza
e dimostrato che gli europei non sono in grado di condizionare in maniera significativa neppure l’estero vicino così importante per la propria sicurezza”. Secondo Parsi è quindi necessario “ripensare la crucialità della politica mediterranea, una politica che sia basata sulla condivisione di opportunità e di sfide”.

 

FABRIZIO DE FILIPPIS
(Direttore del Dipartimento di Economia, Università Roma Tre)

 

Nei prossimi sette anni la spesa complessiva per l’UE si ridurrà notevolmente rispetto al periodo 2007-2013. Per quanto riguarda l’Italia le spese per la Pac si ridurranno del 17,2% e per gli aiuti diretti del 18,3%. Così il professor De Filippis ha aperto il suo intervento al XIII Forum dell’Agricoltura e dell’Alimentazione di Coldiretti a Cernobbio. 
E’ stato decisamente un negoziato tutto in salita – ha sottolineato De Filippis : la Pac 2014-2020 rispetto a quella attuale ha perso il 4%, dunque continua il lento trend storico di declino relativo alla Pac, pur rimanendo la politica più importante per la UE. Ma quali sono le novità principali della nuova Pac? La convergenza esterna dei pagamenti diretti per ridurre le differenze nei pagamenti medi per ettaro tra Stati membri; la regionalizzazione e la convergenza interna per azzerare o ridurre le differenze dei pagamenti tra territori e beneficiari all’interno degli Stati membri; un sistema di pagamenti diretti del tutto nuovo e molto articolato che sarà applicato dal 2015, in cui spicca il pagamento ecologico (il cosiddetto greening); degressività e/o capping ossia l’obbligo di ridurre la platea dei beneficiari della Pac. 
Per ciò che concerne il sistema dei pagamenti, questo comporta una serie di scelte fondamentali che possono modificare la distribuzione del sostegno della Pac. Le principali sono legate alla definizione di agricoltore attivo, perché chiarisce chi saranno i beneficiari; la regionalizzazione e la convergenza interna, servono per definire i criteri della redistribuzione del pagamento di base tra territori e beneficiari; il pagamento ai primi ettari che può sostituire capping e degressività.
“Pertanto dpossiamo concludere – ha dichiarato il professor De Filippis – che ci aspetta una Pac più complessa, più legata alle scelte degli Stati membri e meno “cucinata” a Bruxelles, per cui la chiusura del negoziato deve essere considerata un punto di partenza: nei prossimi mesi l’Italia dovrà dimostrare di saper esercitare la propria discrezionalità molto meglio di quanto fatto in passato”.

 

PAOLO DE CASTRO

(Presidente della Commissione Agricoltura UE)

 

La Pac dall’altro punto di vista, quello di Bruxelles. Le posizioni sul bilancio sono molto distanti,  tra Parlamento e Stati aderenti e “se salta l’accordo – ha evidenziato nel corso del suo intervento a Cernobbio il presidente della Commissione Agricoltura del Parlamento europeo Paolo De Castro –  saltano anche le scadenze. Il problema non è indifferente”.
Nella migliore delle ipotesi, il calendario prevede a novembre il voto e poi a seguire la Pac e le misure transitorie. In sostanza una Pac più verde grazie al 30 per cento di greening. Una Pac più giovane per l’ aiuto agli agricoltori under 40 del 2 per cento. Una Pac più equa con criteri paritari per tutti gli agricoltori italiani che potranno ricevere almeno il 60 per cento dei contributi come i loro colleghi europei secondo principi di equità che dipendono da scelte nazionali: agricoltore attivo, aree omogenee e aiuti accoppiati. Una Pac più flessibile che aumenta le responsabilità dei Paesi membri. Non ultimo una Pac rivoluzionaria che esalta la figura dell’agricoltore attivo
Tutto va chiuso entro luglio 2014 per essere operativi dal primo gennaio 2015, ma l’Italia è il Paese più indietro rispetto alla Francia e alla Spagna.  Gli aiuti accoppiati passano a 250 milioni in più per l’Italia: dunque risorse da gestire che si distribuiscono con la precedente modalità. Una Pac, questa, che permette di fare piani nazionali oltre a quelli regionali di Sviluppo Rurale e che dunque sarà stimolante per le regioni, che dovranno impegnare tutti i finanziamenti (altrimenti saranno concentrati e ridistribuiti da Roma alle realtà più virtuose).
Certo non è un testo perfetto, e oltre agli aspetti positivi vanno rilevati anche quelli negativi: questa Pac non accoglie le sfide mondiali del land grabbing e della sicurezza alimentare, anche se affronta la sfida ambientale.
In ogni caso possiamo parlare di una Pac che abbiamo aggiustato, l’invito è ora quello di non fare errori applicati: la verifica è fissata nel 2017 quando il Parlamento potrà rimodularla.

 

FABRIZIO NARDONI

(Coordinatore Commissione Politiche agricole Conferenza Stato-Regioni)

 

Stiamo lavorando con il tavolo di coordinamento sulla Pac e adesso il Ministro delle Politiche agricole Nunzia De Girolamo deve condividere il lavoro fatto. L’ha annunciato Fabrizio Nardoni, Assessore alle Politiche agricole della Puglia nonché coordinatore della Commissione Politiche agricole della Conferenza Stato–Regioni nel suo intervento al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione della Coldiretti. L’incontro del 24 ottobre sarà quindi molto importante perché il documento dev’essere condiviso. Stiamo ragionando sull’opportunità di spostare risorse dal primo al secondo pilastro. 
Altro tema trattato dall’assessore Nardoni è stato il credito. “Non possiamo continuare a finanziare imprese già capitalizzate trascurando quelle dei giovani che hanno investito in un settore così importante. E poi – ha concluso Fabrizio Nardoni – ci sono le infrastrutture. Dobbiamo intervenire con investimenti prima che succedano le tragedie come le ultime alluvioni”.

 

 

FLAVIO ZANONATO

(Ministro dello sviluppo economico)

 

L’agroalimentare è uno dei pilastri dell’economia italiana con un saldo attivo della bilancia commerciale di 5 miliardi euro e un fatturato di 130 miliardi, di cui un quinto realizzato attraverso l’esportazione. Lo ha ricordato il ministro dello Sviluppo economico Flavio Zanonato intervenendo al Forum internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione di Cernobbio. “L’agroalimentare – ha detto – è per importanza il secondo settore manifatturiero del nostro Paese; acquista e trasforma il 72 per cento delle materie agricole nazionali e per il resto è costretto ad approvvigionarsi all’estero con tutte le conseguenze negative che ne derivano”. 
Sull’export agroalimentare italiano, costituito per l’80 per cento da prodotti industriali di marca – ha ricordato il ministro – incombe la minaccia della contraffazione e dell’italian sounding. Il primo vale 6 miliardi di euro, il secondo 54 miliardi. 
Zanonato ha anche sottolineato le aspettative del settore per il nuovo accordo commerciale tra Ue e Stati Uniti che – ha detto – “potrebbe essere raggiunto entro il corrente anno e dovrebbe abbattere i residui ostacoli daziari del mercato americano e riconoscere i nostri diritti, contribuendo al recupero di tre miliardi di euro di contraffazione di prodotti italiani”.
“Sul fronte interno – ha detto il ministro – puntiamo ad un forte coordinamento tra il ministero della Salute, il ministero delle Politiche agricole, dello Sviluppo economico, dell’Economia e delle Finanze, con l’obiettivo di razionalizzare e sviluppare le funzioni di controllo, evitando duplicazioni anche di competenze onerose sia per lo Stato sia per le aziende”.
Tra gli impegni futuri, Zanonato ha ipotizzato l’introduzione delle politiche del settore agricolo in un programma di sviluppo industriale per un nuovo modello di competitività sostenibile indirizzato verso l’individuazione di nuovi mercati ad alto valore aggiunto. “Questo programma – ha spiegato il ministro – si svilupperà su tre grandi traiettorie di sviluppo: la transizione verso un sistema produttivo interamente ecologico, in grado di ridurre il consumo di energie e di materie prime; la salvaguardia della salute e del benessere delle persone; la valorizzazione della creatività e del patrimonio culturale”.
Tra i principali appuntamenti futuri, Zanonato ha indicato l’Expo’ 2015. “All’interno del programma industriale – ha detto – la manifestazione può rappresentare un vero e proprio trampolino di lancio del nostro sistema economico e produttivo”.

 

MARCO PEDRONI

(Presidente Coop Italia)

 

Il km zero da solo non basta. Ne è convinto Marco Pedroni, Presidente Coop Italia intervenendo al Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione a Cernobbio per parlare dell’”esperienza Coop” che da poco ha introdotto negli scaffali la “pasta italiana al 100%” proprio grazie ad un accordo di filiera con gli agricoltori.“Penso che sia stata una straordinaria idea di comunicazione per dare valore all’agricoltura, interessante perché ha stimolato la nascita dei farmer market e lanciato la filosofia della vendite diretta, però quanto si vende con queste modalità? I paesi che hanno sviluppato di più modalità simili come Francia e Inghilterra narrano percentuali, ma non è vero, tra il 8-10% della produzione totale, ma in realtà sono tra il 4-5%”.
Pedroni ha portato un esempio per sostenere il suo punto di vista: “Se vendessimo i prodotti dell’ortofrutta pugliese solo nei nostri negozi pugliesi noi avremo un fatturato di 15 milioni di euro, ma se noi quei prodotti li mettiamo in un circuito senza tanti passaggi intermedi riusciamo a vendere agricoltura pugliese in Italia per un fatturato di 180milioni di euro. In realtà il tema del km zero – ha spiegato ancora – è stato importante e solleva più questioni come la vicinanza al territorio e la stagionalità. Ma se diventasse una politica sarebbe un danno per l’agricoltore e per tutta la filiera agroalimentare”
Pedroni non ha nascosto la preoccupazione per gli effetti negativi che la ridotta capacità di spesa delle famiglie ha a scapito della qualità e della sicurezza alimentare: “i consumatori – ha rivelato – sono stati costretti ad applicare una rigida spending review. Prima con il controllo spesa, poi con il nomadismo ed l’uso delle promozioni per arrivare al taglio dei consumi. Nel 2013, e questa è una previsione ci preoccupa, il consumatore è pronto ad accettare di rinunciare alla qualità e quindi alla sicurezza. Un rischio che apre il mercato a distributori che offrono prodotti poco controllati e poco sicuri. Il nostro compito – ha concluso – credo che sia quello di portare al consumatore non solo il valore di convenienza, ma di qualità e sicurezza”.

 

FILIPPO TRAMONTI

(Presidente Ghigi Industrie Agroalimentari)

 

Il pastificio Ghigi ha ridato lavoro a 35 famiglie. Con questa nota positiva il presidente del pastificio Filippo Tramonti ha aperto il suo intervento al Forum di Cernobbio. Dopo aver delineato il percorso che ha portato un gruppo di consorzi agrari, con capofila il Consorzio Agrario Adriatico, all’acquisto del pastificio romagnolo nato nel 1870 e fallito nel 2007, ha illustrato le opportunità di questa iniziativa: un progetto che nasce in seno al mondo agricolo con l’obiettivo di chiudere la filiera del grano duro nazionale, producendo la prima pasta italiana degli agricoltori, il cui utilizzo del grano italiano, privo di micotossine e ogm free, consente di salvaguardare l’economia di interi territori. 
“Su questo aspetto –  ha sottolineato Tramonti – vorrei ribadire che importanti catene americane hanno deciso di togliere i prodotti ogm dagli scaffali. Questo ci ha permesso di chiudere due contratti con importanti catene americane, segno della sensibilità crescente verso i temi per cui noi sono anni che combattiamo
. Ghigi fa una filiera corta, un km zero, percorrendo sei mila chilometri, perché la nostra pasta – ha precisato – arriva in tanti Paesi del mondo. Per noi chilometro zero significa anche un taglio dei passaggi lungo la filiera”. 
Questo progetto – ha ribadito Tramonti – ha degli aspetti strettamente connessi: nasce con l’obiettivo di sviluppare volumi importanti e fatturati significativi,  insomma un ampio respiro economico, una ricaduta sociale, ma anche una responsabilità etica importante per noi che lo gestiamo. Siamo convinti – ha sottolineato il presidente della Ghigi – che la pasta sia e debba rimanere un alimento di base, in tutto il mondo, e che noi Italiani, produttori “di qualità”, possiamo svolgere un ruolo importante. Il prezzo della pasta deve essere un prezzo equo per tutta la filiera dal produttore sino al consumatore….perché la filiera si chiude lì!
“Il nostro obiettivo per il 2014 – ha concluso Tramonti – dove faremo il 93% di export e raggiungeremo finalmente il punto di equilibrio economico, è far scendere questa percentuale: vogliamo fare un accordo equo e durevole con una grande catena italiana, perché poter mangiare un prodotto buono e sano, fatto di grano italiano riteniamo sia un diritto anche di tutti gli Italiani”.

 

 

LUIGI CREMONINI

(Presidente Gruppo Cremonini, Presidente Inalca)

 

Ricordando le propri radici familiari, il presidente del Gruppo Cremonini e presidente di Inalca Luigi Cremonini ha iniziato il proprio intervento al tredicesimo Forum dell’Agricoltura e dell’alimentazione di Cernobbio sottolineando come l’agricoltura sia una grande risorsa per il Paese, grazie anche alla varietà e alla eccellenza delle nostre produzioni. Parlando dell’importanza della zootecnia in Francia, Cremonini ha detto che mantenendo le imprese agricole sul territorio si prevengono disastri ambientali e che quindi è necessario rivalutare la zootecnia bovina anche nel nostro Paese, dove purtroppo invece negli ultimi anni è stata smantellata.
“Con la nostra azienda – ha detto Cremonini – abbiamo iniziato 50 anni fa, macellando alcuni bovini alla settimana. Oggi siamo arrivati a macellare circa 700.000 bovini all’anno ed esportiamo in tutto il mondo. Siamo presenti in 40 paesi con piattaforme distributive attraverso le quali distribuiamo oltre 200 prodotti unitamente alla nostra carne. Un bovino permette di ottenere 2000 codici di articoli e il nostro obiettivo è di valorizzare ogni codice al meglio nel mondo”. Tra i fattori del suo successo, Cremonini ha evidenziato una dimensione aziendale significativa e l’attitudine alla collaborazione.

 

NUNZIA DE GIROLAMO
(Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali)

 

La soluzione ai problemi della crisi l’abbiamo sotto i nostri piedi”. Nunzia De Girolamo, Ministro delle Politiche agricole, alimentari e forestali intervenuta a Cernobbio al Forum dell’Agricoltura e dell’Alimentazione è tornata di fronte alla platea di Coldiretti a tre mesi della firma del contratto con gli agricoltori con cui si era impegnata ad abolire l’Imu per i fabbricati e terreni agricoli, a proporre un decreto no-Ogm, ad assicurare una nuova politica agricola comune migliore e a lavorare sulla semplificazione, altro tema molto sentito nelle campagne
“Quattro di quei cinque punti che facevano parte del contratto che ho sottoscritto in occasione dell’assemblea del Palalottomatica, tre mesi fa, sono stati raggiunti”. A partire dall’Imu, “una grande battaglia – l’ha definita il Ministro – che il Ministro dell’Economia ancora ci rinfaccia perché nessuno avrebbe scommesso che saremo riusciti a riparare il torto subito dall’agricoltura. Noi abbiamo subito un’ingiustizia: pagavano due volte perché venivano tassati i terreni, e quindi gli strumenti dei lavoro, così come i fabbricati rurali”. 
Dall’Imu agli organismi geneticamente modificati: “questo paese non ne ha bisogno, mentre ha invece bisogno di tipicità, biodiversità, tradizione, passione, cultura. Non vogliamo e non dobbiamo omologarci; siamo imitati in tutto il mondo perché siamo unici. Abbiamo fatto quel decreto che abbiamo promesso insieme al Ministro dell’Ambiente e della Salute per dare un segnale forte al paese. E ancora stiamo lavorando nonostante le provocazioni che arrivano da qualche regione per far in modo che l’Europa non sia sorda rispetto alle nostre richieste. Il 13 dicembre ci sarà un consiglio Ambiente; attraverso il Ministero stiamo facendo un’attività di lobby molto forte per assicurare la liberà di scelta rispetto agli Ogm”. 
Non è stato per nulla difficile il percorso della Pac, la nuova politica agricola comune: “In Europa bisogna andare sbattendo più forte i pugni sul tavolo
. Noi oggi dobbiamo essere in grado di star insieme abbandonando gli egoismi – ha detto riferendosi alle Regioni – perché dobbiamo recuperare il senso dell’Italia e fare tutti un passo indietro”. 
Capitolo burocrazia e semplificazione, l’ultimo “impegno da mantenere”. “Questa – ha annunciato – è la sfida che faremo insieme. Nei prossimi mesi convocherò Coldiretti e le altre associazioni perché le cose si fanno insieme. Anche voi dovrete rinunciare a qualcosa. E’ con questo senso che noi dovremo approcciarci a tutte le sfide di domani”
Nel corso del suo intervento c’è stato spazio per parlare di attualità e della legge di stabilità: “In campo agricolo, con grande difficoltà alcuni risultati nella legge di stabilità sono stati portati a casa. A partire dallo stanziamento delle risorse necessarie per la copertura della quota nazionale per il programma di co-finanziamento dell’Unione Europea che significa che l’Italia sul secondo blocco fa la sua parte mettendo a disposizione dello sviluppo rurale dai 9 ai 10,4 miliardi di euro che si affiancheranno a tutti quelli che arrivano dal Fondo Europeo e dunque potremo definire con le Regioni i nuovi Psr sapendo che avremo a disposizione 20 miliardi per sette anni”. 
“Ma tutto questo – ha concluso – dovremo farlo insieme abbattendo il muro dell’egoismo”. Nella legge di stabilità c’è anche il rifinanziamento della 499, l’Expo di Milano “che sarà una grande occasione per il mondo agricolo e consentirà di mettere delle risorse sul padiglione vino”.

 

 

SERGIO MARINI

(Presidente uscente di Coldiretti)

 

Grazie al ministro delle Politiche Agricole, Nunzia De Girolamo, per aver mantenuto gli impegni presi al Palalottomatica e grazie a quanti hanno contribuito a portare a casa un buon risultato per la Pac che ci auguriamo non venga disperso a livello nazionale”. Così ha esordito Sergio Marini nelle sue conclusioni al Forum internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione di Cernobbio. Conclusioni incentrate poi sul suo futuro e sul futuro della fondazione, “Italia Spa” (Sostenibilità per azione) da lui costituita. “Non voglio fare un bilancio dei miei sette anni di presidenza Coldiretti, perché i bilanci si vedono da soli e non c’è bisogno di spiegarli – ha detto Marini – voglio solo ricordare che siamo andati controcorrente e oggi possiamo dire che è stata la strada giusta, contrariamente alla strada indicata dai tanti che prevedono il futuro senza che le loro previsioni si realizzino”.
Secondo Marini il problema dell’Italia è la mancanza di visione del futuro, la mancanza di una prospettiva e della passione di perseguirla. “In sostanza – ha detto – manca un sogno e la voglia di realizzarlo. Però Coldiretti e l’agricoltura hanno avuto la capacità di sviluppare una visione a partire dei valori forti e distintivi della nostra terra. E’ una cosa che si può estendere a tutti i settori. Basta volerlo”.
Insieme con la mancanza di una visione, Marini ha anche indicato la mancanza della capacità di fare scelte nei tempi giusti. “Purtroppo – ha detto – arriviamo sempre in emergenza perché la politica per il 90% discute di se stessa e per il 10% delle emergenze; in più le scelte si valutano sugli interessi che producono il giorno dopo e non sul valore che producono per il bene comune”.
Secondo Marini non è un caso che il nuovo modello di sviluppo parta proprio dall’agricoltura “che ha ancora i geni per contrastare il ‘tutto e subito’. Per questo – ha detto – ho deciso di costituire la fondazione Italia Spa che vuole portare l’esperienza dell’agricoltura nella politica ed è aperta a tutti”. “I sette anni di presidenza – ha concluso Marini – sono stati straordinari e oggi l’Italia guarda a Coldiretti come soggetto positivo, un soggetto che non può tradire le attese. E questa è una grande responsabilità”.

 

(Luigi Torriani)

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