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Coldiretti. Dopo sette anni Sergio Marini lascia la presidenza

Sergio Marini lascia la presidenza della Coldiretti dopo sette anni

Dopo quasi sette anni Sergio Marini non è più il Presidente della Coldiretti, con rinuncia ufficiale al mandato in occasione del Forum Internazionale dell’Agricoltura e dell’Alimentazione di Cernobbio (18-19 ottobre 2013).

 

Sergio Marini, classe 1964, era stato riconfermato l’ultima volta Presidente della Coldiretti nel gennaio del 2013. In quasi sette anni di presidenza ha portato avanti instancabilmente, spesso con successo, la grande battaglia – molte volte ripresa, condivisa e analizzata qui su Universofood – della difesa del vero Made in Italy contro l’Italian Sounding, le frodi alimentari e gli Ogm (qui una sintesi recente della sua visione dell’Italia e dell’agricoltura italiana). È lo stesso Marini a precisare che la decisione clamorosa di lasciare la presidenza della Coldiretti a pochi mesi dalla rielezione è “consequenziale alla volontà di costruire un nuovo progetto per il rilancio dell’Italia, quale naturale evoluzione dei traguardi raggiunti e della storia recente di Coldiretti”.

Di seguito il testo integrale dell’ ampio intervento all’ultimo Consiglio Nazionale della Coldiretti (7 ottobre 2013), in cui Marini per la prima volta annuncia e spiega la sua scelta:

“Sono quasi sette anni che ricopro la carica di presidente di Coldiretti. L’ho fatto con passione e mettendo tutto me stesso perché  volevo restituire  dignità  ad una categoria, i coltivatori diretti e l’agricoltura,  vista troppo spesso  come problema sociale, causa di disastri ambientali, peso a carico delle casse pubbliche. Categoria in passato  posta ai margini della società e dell’economia,  raccontata senza futuro, se non per poche grandi aziende che avrebbero dovuto competere con il mondo su prezzi ed economie di scala. Assurdo! Cosi ci dipingevano gli esperti , questo ci insegnavano nelle  scuole e nelle  università e questo in fondo pensava la gente. Era la stagione in cui,  di chi si rivelava inadeguato a ricoprire un compito o a svolgere una funzione, si usava dire “Ecco delle braccia rubate all’agricoltura”. Ma  noi non  ci siamo rassegnati. Ho preso un impegno con i miei soci e, nello svolgerlo, ho sempre risposto alla  mia coscienza che mi ha  chiesto   di onorare   la dignità di chi ha  riposto in me   la fiducia, di mai tradire quella fiducia e  di farlo sempre al massimo delle mie possibilità, senza risparmiarmi. Peraltro,  io conosco un solo modo di impegnarmi ,  e mi  resta difficile trovare “la mezza misura”, praticare  i “ma anche”. Cosi sono fatto  e cosi continuerò ad essere. Ci siamo dunque  rimboccati le maniche, abbiamo buttato nel cestino quelle  teorie socio-economiche e abbiamo fatto di testa nostra. Eravamo  convinti che, nonostante “ gli analisti” , noi , ovvero  quelli che producono  cibo, un bene comune,   non potevamo  essere  il problema, semmai, e la storia lo  ha confermato, erano le  teorie ad essere  sballate perché figlie  di un modello socio-economico globale, sballato quanto loro. Oggi nessuno può negare che agricoltura, coltivatore diretto, cibo, filiera corta, multifunzionalità, km 0, biodiversità, sicurezza alimentare, vendita diretta, export agroalimentare, Made in Italy, tipicità, innovazione,  giovani , cultura, bellezza, paesaggio   siano tutti termini positivi, sinonimi di futuro e la gente sa   che queste parole hanno  a  che fare con le nostre azioni e con  il nostro fare quotidiano. Se, solo in questo anno, le iscrizioni agli istituti e alle facoltà di agraria sono aumentate come mai accaduto nella storia; se aumentano le giovani imprese agricole; se l’export  agroalimentare  aumenta più di ogni altro; se le imprese agricole italiane garantiscono  il più alto valore aggiunto ad ettaro e il nostro made in Italy è copiato in tutto il mondo; se la società, la gente, ci apprezza sempre più come esempio  positivo e di verità;  se  la politica ci guarda ( ma non ci vede!) come espressione di un nuovo  modello  di sviluppo  dove  crescita e occupazione, ma anche  buone  relazioni sociali, tutela ambientale e   qualità   della vita   possono coesistere, crescere e alimentarsi a vicenda; se le nostre bandiere, con orgoglio, sventolano ovunque  e suscitano simpatia e rispetto; oggi  se tutto questo accade,  vuol dire che molte cose sono cambiate e che molto abbiamo contribuito a che ciò accadesse. E’ riapparsa almeno la speranza, la fiducia , la consapevolezza che nell’Italia di domani ci sarà tanta agricoltura. Almeno nei nostri giovani, il nostro futuro,  è riapparso l’ingrediente principale  che manca nel  Paese : credere in se stessi e in un sogno imprenditoriale possibile. Sta a noi tutti non avvilire quel sogno, coltivarlo e riempirlo di verità. Ciò  che è accaduto in questi anni è frutto di una azione costante quasi asfissiante, ma decisamente meritevole di essere raccontata almeno nei principali  titoli. Hanno preso forma  i  grandi progetti valoriali con la nascita   della Fondazione Campagna Amica e le sue articolazioni progettuali, i farmer market, le botteghe, i mercati degli agricoltori, è nata la filiera firmata dagli agricoltori italiani (FAI) e le sue articolazioni imprenditoriali,  dal sistema  Cai sino alla Filiera Agricola Italiana SPA. E’  nata Uecoop,  Creditagri Italia, Impresa Pesca, si sono rafforzati i tradizionali eventi come Cernobbio e sono nati i grandi eventi  dal  Palalottomatica a Oscar Green, dalle  straordinarie assemblee dei giovani a Cibi d’Italia, alla Giornata del Creato.  Successi crescenti per Coldiretti,  sotto ogni profilo sindacale ed organizzativo e sempre con i  conti  in ordine e una solidità economica patrimoniale invidiabile. Si sono  moltiplicate le presenze nelle piazze,  si è rafforzato quel  rapporto stretto con la gente, misto di fiducia e simpatia,  una  straordinaria empatia  quasi a condividere una necessità di sorreggersi e spronarsi a vicenda.  Si sono rafforzati notevolmente i rapporti e le relazioni con le istituzioni, i media ci hanno seguito con costanza e attenzione. E’ cresciuta una straordinaria rete di  imprenditori  donne, giovani e meno giovani  di inestimabile valore, mossi da una carica etica e passione civile che rappresenta una garanzia assoluta per il futuro  Coldiretti,  per l’agricoltura e direi per l’intero Paese. Sono stati anni di battaglie per difendere in ogni sede, con coraggio e determinazione,  i  valori forti quali la trasparenza, la legalità,  l’informazione al consumatore  e questo nonostante il lavoro di interdizione di potenti  lobby, l’ambiguità di certa politica, l’ostruzionismo Europeo.  Le manifestazioni di  Bologna o  al Brennero o quelle a  piazza Montecitorio  per sostenere i  provvedimenti su Made in Italy,  etichettatura , fisco, lavoro, no ogm, lotta all’Italian sounding, le ricorderemo per sempre. Sono stati anni in cui abbiamo recuperato un ruolo centrale  nelle relazioni internazionali, il G8 Agricolo, gli incontri a Bruxelles, le bilaterali con i colleghi Europei, Americani, Africani, Asiatici, stanno li a dimostrarlo; come sta lì a dimostrarlo  l’approvazione della nuova  Pac per i prossimi sette anni avvenuta   pochi giorni fa, in cui per la prima volta  le risorse potranno essere destinate ai soli agricoltori che vivono di quel mestiere, smontando finalmente un sistema di rendita che abbiamo subito per decenni. Tutto questo è ed è stato importante,  ha di fatto rivoluzionato la nostra agricoltura e il nostro modo di essere, ma in troppi casi il reddito delle imprese è stato  ingeneroso rispetto agli sforzi fatti. Sono questi  gli effetti di un Paese in perenne  crisi economica e politica e con i consumi, soprattutto alimentari,  che precipitano come mai visto prima. La   soluzione non potremo trovarla all’interno del nostri confini, non ci sarà politica agricola o fiscale  che tenga, non potremo farcela se   il Paese non riparte, se insieme all’agricoltura e sulla scia dei suoi successi, non proviamo a cambiare anche L’Italia. Da tempo  ho come  l’impressione   di stare  su un vagone di un treno   su cui si è fatto di tutto per rendere confortevole il viaggio, salvo accorgersi che il vagone è  agganciato ad un convoglio fermo e senza motrice. Il vagone è la nostra agricoltura, il nostro agroalimentare,  il nostro territorio; il treno  è l’Italia tutta; la motrice  è il caos. A  rendere più parossistica la metafora è che i binari ci sono e anche di ottima fattura.  Sono binari di una lega particolare: la straordinaria ricchezza e voglia di fare degli Italiani, dei suoi giovani, la creatività, l’intelligenza e la fantasia, le tradizioni, la cultura,  la storia,  la bellezza di ogni angolo del nostro Paese. Sono un insieme di comunità intrise di solidarietà, di sussidiarietà, di relazioni e valori veri. Binari solidissimi buoni per il domani, ma invisibili   perché  impietosamente  seppelliti  sotto i detriti  prodotti dall’ apatia, dalle non scelte, da una politica paralizzata.  Questa appare oggi la nostra Italia, e noi da Italiani che viaggiamo su quel treno, che vogliamo bene all’ Italia non possiamo semplicemente rassegnarci  o, al limite, indignarci. N
on basta!  Ciascuno, per quello che può e senza risparmiarsi, ha il diritto prima, ma anche il dovere, morale e civile,  di aiutare a dissotterrare  quei binari, di fondere  una nuova locomotiva, di  far partire quel treno. Lo dobbiamo al Paese, lo  dobbiamo  a noi e ai nostri figli per riappropriarci della  dignità e della speranza che abbiamo smarrito, per riconquistare   quell’orgoglio di essere Italiani che ci appartiene e che la storia e i nostri genitori  ci hanno consegnato  con tanti sacrifici. Insieme a tanta gente straordinaria, soci, collaboratori, dirigenti abbiamo contribuito a rivoluzionare non solo Coldiretti e la nostra agricoltura, ma a dimostrare  che cambiare è possibile, migliorare  l’Italia si può  e dunque quel treno fermo, a cui siamo necessariamente  legati, può  ripartire. Ognuno di noi, ogni vagone,  può portare il suo contributo di idee  per ripulire quei binari e fondere una locomotiva che traini tutti. Quanto abbiamo fatto nella nostra agricoltura, può rappresentare un esempio da emulare per tutti e ovunque. Certo, occorre sentirselo dentro; occorre avere coraggio, mettersi in gioco; occorre sentirsi  liberi; occorre la forza  di  dire no a  ipocrisie e compromessi;  occorre  saper  guardare avanti e in alto; occorrono idee; occorrono testimonianze vere e la certezza di poter raccontare senza omissioni  le proprie  storie personali; occorre la compatibilità formale e sostanziale che giustamente la carica di Presidente non può dare; occorre poter spaziare oltre i confini di una forza sociale seppur cosi magnificamente  contagiosa  come Coldiretti; occorre poi  tanta gente di buona volontà. Tanta gente.  Gente che,  se appena ti  guardi attorno, t’accorgi che  l’Italia ne è piena. Occorre  farlo ora! Ora perché  il Paese affonda tra litigiosità sul nulla  e su compromessi  che nascono   ambiziosi   e   durano  un giorno;  ora perché   i nuovi poveri sono troppi,  i disoccupati sono troppi,  le imprese che  chiudono  sono troppe e  troppo del nostro  miglior Made in Italy va via dall’Italia. Ora perché la recessione, che come tutte le brutte notizie viene raccontata  un po’  alla volta,  ci sta  mangiando il futuro e il Paese. Ora perché anche le migliori imprese, la migliore  agricoltura, la parte più operosa del  Paese, se permangono queste  condizioni,  rischia di non farcela. Ecco perché nelle forme che la coscienza ci consiglia e  che le convenzioni ci consegnano, nei contenuti che anche nei nostri incontri   al Palalottomatica abbiamo espresso, coloro che fanno del ‘bene comune’ una pietra angolare del proprio agire devono  avere la forza  di dare una mano. Serve stare in quel    laboratorio dove  la  locomotiva con destinazione “futuro”  aspetta di essere ricostruita. E’ un’impresa difficile, ambiziosa, forse impossibile, ma giusta. In fondo queste sono le cose che nella vita fanno la differenza. Io sento di poter dare un contributo alla ricostruzione di quella locomotiva e alla messa in luce di quei binari.  Credo sia necessario e urgente costruire  quel  laboratorio in cui forgiare gli strumenti e gli orizzonti di un nuovo Paese, nei modi che conosciamo e che sono propri a noi di Coldiretti,  che il nuovo abbiamo saputo modellare – perché il Paese ha bisogno di noi. Io a questo laboratorio, che sarà sempre dentro l’idea di comunità e di territorio –  e nei tempi che questo bruciante presente detta,  –  voglio dare una forma, una  sostanza, un modo di raccontare.  Voglio esserci, ed esserci in prima persona, e  sono certo che molti di voi, al momento giusto, faranno lo stesso.  Perché “l’Italia che vogliamo, l’Italia che fa l’Italia” merita un mare di bene e perché è ora  di sciogliere dalle catene  un  possibile  nuovo grande sogno Italiano”.

(Luigi Torriani)

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