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Il Made in Italy che non c'è più. In mano straniera anche Chianti Classico e Riso Scotti

Sono sempre di più i marchi storici dell’agroalimentare italiano passati in mani straniere. Un fenomeno iniziato alla fine degli anni ’80, che ha avuto un’escalation dall’inizio della Crisi ad oggi e che ha toccato nella prima metà del 2013 due glorie del Made in Italy come il Chianti Classico e il Riso Scotti.

 

Qui su Universofood, nel febbraio 2012, abbiamo già parlato della questione della vendita a imprenditori stranieri di aziende e marchi storici dell’agroalimentare tricolore. Ora, a un anno e mezzo di distanza, torniamo sul tema per aggiornare il quadro delle vendite, che sono proseguite nel 2012 e nei primi mesi del 2013.

 

Un anno importante è il 1988, quando la Nestlé (Svizzera) acquista la Buitoni (pasta, prodotti da forno, alimenti per l’infanzia) e la Perugina (cioccolato, dolci), che erano state della famiglia Buitoni e per un breve periodo della Cir di De Benedetti. Sempre la Nestlé compra nel 1993 i marchi Italgel (tra cui Antica Gelateria del Corso) e nel 1998 Sanpellegrino (acqua minerale, bevande) e Locatelli (formaggio), Locatelli che viene poi venduta alla Lactalis (Francia). Nel 1995 perdiamo Stock, venduta alla tedesca Eckes A.G., e poi comprata dagli americani della Oaktree Capital Management. Nel 2003 la Lactalis acquisisce il marchio Invernizzi (formaggi), che già era stato venduto a Kraft nel 1985. Nello stesso 2003 l’Italia perde la Peroni (birra), venduta alla SABMiller (Sudafrica). Nel 2005 il marchio Fattorie Scaldasole (già passato a Heinz nel 1995) va alla francese Andros, mentre il gruppo spagnolo SOS acquista l’Olio Sasso, e nel 2006 acquista anche l’Olio Carapelli, mentre – nel frattempo – perdiamo anche la Galbani, che finisce alla Lactalis.

Poi c’è l’inizio della Crisi e un’escalation nelle vendite, al punto che secondo la Coldiretti “dall’inizio della Crisi (2008) ad oggi sono passati in mani straniere marchi storici dell’agroalimentare italiano per un fatturato di almeno 10 miliardi di euro”. Nel 2008 il Made in Italy perde: l’Olio Bertolli, venduto a Unilever e poi passato a SOS; Orzo Bimbo, comprata da Nutrition&Santè S.A. del gruppo Novartis; Rigamonti Salumificio Spa, passata a dei brasiliani attraverso la società olandese Hitaholb International; Italpizza, venduta all’inglese Bakkavor Acquisitions Limited. Nel 2009 l’Italia perde Delverde Industrie Alimentari Spa, che passa alla spagnola Molinos Delplata Sl del gruppo argentino Molinos Rio de la Plata), mentre nel 2010 è la volta di Boschetti Alimentare (passa alla francese Financière Lubersac, che detiene il 95%) e di Ferrari Giovanni Industria Casearia Spa (passa per il 27% alla francese Bongrain Europe Sas). Nel 2011 perdiamo: Parmalat (diventa della francese Lactalis), Gancia Spumanti (va per il 70% al russo Rustam Tariko), Fiorucci Salumi (va allla spagnola Campofrio Food Holding S.L.), Zucchero Eridania Italia Spa (per il 49% va al gruppo francese Cristalalco Sas). Nel 2012 l’Italia perde: Pelati AR – Antonino Russo (nasce una nuova società, la “Princes Industrie Alimentari SrL”, controllata al 51% dalla Princes, controllata dalla giapponese Mitsubishi), Star (passa al 75% agli spagnoli Gruppo Gallina Blanca, Eskigel gelati per la Gdo (va ad inglesi con azioni in pegno di un pool di banche). Infine, nei primi sei mesi del 2013, abbiamo già perso o in parte perso: il Riso Scotti (ceduto per il 25% alla spagnola Ebro Foods) e il Chianti Classico (un imprenditore della farmaceutica di Hong Kong ha acquistato l’azienda agricola Casanova – La Ripintura, a Greve in Chianti, nel cuore della Docg del Gallo Nero, prima volta nella storia che una delle 600 aziende socie del Gallo Nero passa in mani orientali).

Che cosa significa tutto questo? Di per sé è positivo che i grandi gruppi multinazionali decidano di investire in Italia, e certamente è meglio un’azienda italiana passata in mani straniere che un’azienda fallita. Il problema è cosa avviene dopo che il marchio italiano è stato venduto. Il Presidente della Coldiretti Sergio Marini ha sintetizzato la questione in questi termini: ” “i grandi gruppi multinazionali che fuggono dall’Italia della chimica e della meccanica investono invece nell’agroalimentare nazionale perché, nonostante il crollo storico dei consumi interni, fa segnare il record nelle esportazioni grazie all’immagine conquistata con i primati nella sicurezza, nella tipicità e nella qualità. Il guaio è che questi passaggi di proprietà hanno spesso significato svuotamento finanziario delle società acquisite, delocalizzazione della produzione, chiusura di stabilimenti e perdita di occupazione. Si è iniziato con l’importare materie prime dall’estero per produrre prodotti tricolori. Poi si è passati ad acquisire direttamente marchi storici e il prossimo passo è la chiusura degli stabilimenti italiani per trasferirli all’estero. Un processo di fronte al quale occorre accelerare nella costruzione di una filiera agricola tutta italiana che veda direttamente protagonisti gli agricoltori per garantire quel legame con il territorio che ha consentito ai grandi marchi di raggiungere traguardi prestigiosi”.

 

(Luigi Torriani)

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