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Falso biologico. Continuano le truffe

Recentemente qui su Universofood abbiamo parlato del dossier Coldiretti sui rischi dei cibi low cost. Ma attenzione anche ai falsi sui prodotti alimentari di qualità. In particolare il settore dei cibi biologici è attraversato da un numero crescente di truffe, che costituiscono raggiri ai danni dei consumatori e anche un evidente danno d’immagine per i produttori agricoli italiani di vero Bio.

 

Mentre è ormai chiaro che gli ogm in Europa sono un fallimento totale, il settore del biologico è in continua – inarrestabile – crescita, e ha un andamento anticiclico rispetto alla Crisi. Tra il 2000 e il 2011 il comparto Bio italiano ha triplicato il fatturato (che si aggira oggi intorno ai 3 miliardi di euro, tra mercato interno e export), nel 2011 è cresciuto del 9,2% rispetto al 2010, e nel 2012 ha continuato a crescere (+7,3% sul 2011). Oggi l’Italia è il sesto Paese al mondo per la produzione di alimenti biologici (dietro Germania, Francia, Regno Unito, Stati Uniti e Canada), ha una superficie coltivata con sementi Bio di oltre un milioni di ettari ed è il Paese leader in Europa per il numero di aziende agricole che coltivano e vendono prodotti biologici (circa 50.000).

Ma più cresce il mercato del biologico più cresce il “mercato” del falso biologico, al punto che l’Unione Europea, ad aprile 2013, ha dovuto introdurre un nuovo sistema di controllo sull’agricoltura biologica per cercare di arginare il fenomeno (le nuove regole entreranno in vigore a partire dal primo gennaio 2014).

Qui su Universofood abbiamo scritto più volte sul problema del falso biologico. Limitandoci ai casi più eclatanti: nel dicembre del 2011 in Italia c’è stato un impressionate sequestro (la cosiddetta “Operazione Gatto con gli Stivali“) da 700.000 tonnellate di falsi alimenti biologici (soprattutto frumento, soia, favino, farine e frutta secca), praticamente il 10% della produzione nazionale (!); all’inizio del 2012 sono stati diffusi i risultati di un’indagine di Altroconsumo che mostrava come 3 aziende “biologiche” e “solidali” su 9 vendano in realtà prodotti non biologici, trattati con pesticidi e di scarsa qualità; nel maggio del 2012 sono state sequestrate (operazione Ape Maia-Bio) migliaia di confezioni di miele biologico e di preparati biologici a base di propoli che contenevano tracce di farmaci tossici vietati dall’Unione Europea; a dicembre 2012 è stata lanciato un nuovo sensore per iPhone – Lapka – in grado di segnalare se il cibo che stiamo per mangiare è o non è veramente biologico; tra aprile e maggio del 2013 c’è stato un nuovo maxisequestro (operazione Green War), su cui gli ultimi dati aggiornati parlano di 1500 tonnellate di mais ucraino, 800 tonnellate di semi di soia dell’India, 76 tonnellate di soia indiana e 340 tonnellate di panello e olio di colza turchi, tutti prodotti pronti per essere utilizzati in biscotti, snack, dolciumi, pasta e riso da vendere come “biologici” ma che in realtà non rispettavano le norme europee sul Bio e in molti casi contenevano anche ogm e prodotti chimici vietati e dannosi per la salute umana.

Ora, a giugno 2013, un nuovo scandalo: i militari della Guardia di finanza di Cagliari hanno eseguito 16 ordinanze di custodia cautelare (quattro in carcere e dodici agli arresti domiciliari) e otto provvedimenti di interdizione nei confronti di un’organizzazione criminosa che avrebbe gestito un giro di fatture false e false certificazioni per prodotti biologici (in realtà non biologici ma pronti per essere venduti con il marchio Bio) per un giro di oltre 135 milioni di euro. Il totale dei prodotti implicati è di oltre 100.000 tonnellate di falsi prodotti biologici (tra mais, grano, soia e girasole), tra l’altro con un’evasione dell’Iva di oltre 5 milioni di euro. L’organizzazione contava sull’appoggio di molte società fantasma nel comparto dell’intermediazione di prodotti cerealicoli biologici, e aveva al vertice un’azienda sarda con sede a Capoterra (Cagliari) e amministrata da un prestanome di Imola (in realtà un’azienda “vuota”, senza dipendenti e senza adeguate strutture e mezzi). Tramite la realizzazione di certificazioni false e documenti fiscali falsi, l’organizzazione riusciva a vendere sul mercato italiano ed europeo prodotti convenzionali spacciati per costosi prodotti con marchio Bio.

 

(Luigi Torriani)

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