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Usa. Finisce l'epoca dell'embargo sui salumi del Nord Italia

Forse non tutti sanno che gli Stati Uniti impediscono l’importazione di alcuni salumi italiani (salame, pancetta, coppa, culatello). Dal 28 maggio 2013 – dopo sedici anni di trattative – finisce il divieto per tutto il Nord Italia. Vediamo di che si tratta.

 

La chiusura alle importazioni di alcuni salumi italiani negli Stati Uniti non è mai stata una misura protezionistica (come, per esempio, il blocco dei prosciutti Made in Italy in Argentina, o la mancata tutela canadese del Prosciutto di Parma contro l’Italian Sounding). La ragione era – ufficialmente – di sicurezza alimentare e di tutela degli allevamenti di maiali americani, per evitare il rischio di contaminazioni da Malattia Vescicolare del suino (MVS), una malattia infettiva dei maiali osservata per la prima volta in Lombardia nel 1966 e che ha avuto negli anni seguenti diversi focolai nel Nord Italia. La situazione ha spinto le autorità statunitensi a bloccare le importazioni di salame, coppa, pancetta e culatello dal Nord Italia. La Malattia Vescicolare non è trasmissibile all’uomo, ma il virus può sopravvivere a lungo anche in prodotti alimentari di origine suina, e può trasmettersi ad altri maiali. Le misure prudenziali delle autorità statunitensi avevano lo scopo di evitare ogni anche minimo rischio di introdurre la malattia negli Usa.

 

Da circa sedici anni Assica (Associazione Industriale delle Carni e dei Salumi), insieme al Parlamento italiano, si batte per l’eliminazione dell’embargo. La prima richiesta di riconoscimento di indennità dalla Malattia Vescicolare per i salumi del Nord Italia è stata presentata agli Usa nel luglio del 1997 e le autorità statunitensi di Aphis (Animal And Plant Health Inspection Service), dopo uno studio di valutazione del rischio, stavano per concedere l’indennità nel giugno del 1999, ma nel frattempo erano scoppiati nuovi focolai di Malattia Vescicolare in Lombardia, Emilia Romagna, Veneto e Piemonte. Nel 2003 Aphis ha riconosciuto l’indennità per i salumi di Friuli Venezia Giulia, Liguria, Marche e Valle d’Aosta, ma ha confermato il divieto per Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Trentino Alto Adige. Ora, la svolta: per decisione di Aphis dal 28 maggio 2013 saranno esportabili negli Usa anche i salami, pancette, coppe e culatelli di Lombardia, Emilia Romagna, Veneto, Piemonte e Trentino Alto Adige (province autonome di Trentio e di Bolzano). Restano invece ancora escluse – per i salumi in questione – le altre regioni italiane, e probabilmente si dovranno aspettare ancora alcuni anni (purtroppo ancora nel 2008 il virus della Malattia Vescicolare del suino è stato individuato in Umbria, Toscana, Lazio e Abruzzo, e la situazione epidemiologica è ancora in evoluzione).

 

Secondo il presidente di Assica Lisa Ferrarini “si tratta di un evento epocale: una delle aree più importanti per la produzione di salumi supera, dopo oltre 15 anni di lavoro, una delle barriere non tariffarie che impediscono il pieno sviluppo delle esportazioni italiane di salumi nel mondo. Negli Usa la conoscenza del Made in Italy è molto diffusa (e i nostri prodotti sono anche molto imitati): i prodotti alimentari italiani sono particolarmente apprezzati come dimostrano gli acquisti di prosciutti crudi, prosciutti cotti e mortadelle che, già da anni, possono essere esportati. Non posso che ringraziare le autorità sanitarie italiane ed europee per il lavoro svolto a favore dell’intero comparto. Questo importante successo mostra ancora una volta che solo se il settore lavora in modo unitario, attraverso lo stretto coordinamento tra l’associazione di categoria e le autorità pubbliche, è possibile ottenere vantaggi generalizzati per le imprese. Assica proseguirà la propria azione strategica per estendere il provvedimento di oggi alle altre regioni e per aprire nuovi mercati”. Nel frattempo è arrivata la storica decisione di Aphis, una decisione che avrà un impatto economico importante sul comparto dei salumi italiani: “ricordiamo che le perdite per il settore dovute alle barriere non tariffarie si possono prudenzialmente stimare in circa 250 milioni di euro/anno di mancate esportazioni: la completa liberalizzazione delle esportazioni garantirebbe 200-210 milioni di euro di maggior export di carni e frattaglie e 40-50 milioni di euro di salumi. Un dato che viene calcolato considerando, da un lato, i nuovi prodotti esportabili e la crescita complessiva delle esportazioni dovuta alla possibilità di offrire la gamma completa della salumeria italiana e, dall’altro lato, le barriere culturali in Asia e i fenomeni di Italian sounding nelle Americhe e Australia che limiterebbero presumibilmente in una prima fase la crescita delle nostre esportazioni. Abbattere rapidamente queste barriere è quindi fondamentale perché il tempo non è una variabile indipendente. Mentre le nostre aziende attendono i necessari provvedimenti, infatti, i concorrenti europei e i produttori locali rafforzano le loro posizioni commerciali, che saranno difficilmente recuperabili in futuro”.

 

(Luigi Torriani)

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