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Aumento al 20% del succo di frutta nelle bibite. Che fine ha fatto la legge?

Uno dei problemi dell’Italia è che anche le migliori leggi – una volta approvate – richiedono tempi biblici per diventare operative (se poi lo diventano…). Sono passati oltre sei mesi da quando (settembre 2012) il Parlamento ha approvato l’innalzamento del contenuto minimo di succo di frutta naturale nelle bibite dal 12% al 20%. Secondo il testo originario della legge l’obbligo avrebbe dovuto scattare dal primo gennaio 2013, ma ad oggi è ancora tutto fermo.

 

Qualcosa di simile è accaduto anche con la questione della vendita dei terreni agricoli di proprietà dello Stato, un provvedimento che la Coldiretti suggerisce da anni e che potrebbe portare alla creazione di 43.000 nuovi posti di lavoro per i giovani e a oltre 6 miliardi di euro nelle casse dello Stato italiano. Nel maxiemendamento annesso alla legge di stabilità approvata dal Parlamento come ultimo atto del governo Berlusconi (novembre 2011) è finalmente entrata anche la vendita dei terreni agricoli dello Stato. Nel maxiemendamento stava scritto che entro tre mesi dall’entrata in vigore della legge di stabilità (dunque entro febbraio 2012) il Ministro delle Politiche Agricole Alimentari e Forestali, d’intesa con il Ministero dell’Economia e delle Finanze, avrebbe individuato i terreni e con uno o più decreti ne avrebbe disposto la vendita, a cura dell’Agenzia del Demanio. Da allora è passato oltre un anno e la procedura è ancora bloccata.

Lo stesso sta accadendo con la legge sul contenuto minimo di frutta nelle bibite. Negli ultimi dieci anni le vendite di frutta e verdura in Italia sono calate del 22%, e questo è uno dei fattori alla base dell’aumento dell’obesità nel nostro Paese, sempre più lontano dalla classica dieta mediterranea e sempre più vicino a uno stile alimentare di tipo anglosassone. Secondo i dati diffusi dalla Coldiretti sono quasi 23 milioni gli italiani che consumano bevande gassate e zuccherate (6,5 milioni circa gli italiani che le consumano regolarmente), e ogni anno nel mondo 180.000 morti l’anno sono correlate al consumo e all’abuso di bibite zuccherate, tra diabete (133.000), malattie cardiovascolari (44.000) e tumori (6.000). In questo contesto il governo Monti aveva inizialmente pensato (non solo per motivi di salute e sicurezza alimentare ma anche per aumentare le entrate dello Stato in un periodo di Crisi epocale come quello che stiamo vivendo) di introdurre in Italia le cosiddette Fat Tax, tasse sulle bibite gassate e zuccherate e sui junk food. Una proposta da subito contestatissima, che è stata poi accantonata e sostituita con l’innalzamento della percentuale minima di succo di frutta naturale nelle bibite analcoliche a base di frutta dal 12% (che è il limite minimo attualmente in vigore) al 20%. Una misura che renderebbe più salutari le bibite e che determinerebbe l’utilizzo di almeno 200 milioni di chili di arance in più all’anno, con ricadute importantissime per i nostri produttori agricoli.

L’obbligo a una percentuale minima di frutta del 20% nelle bibite a base di frutta è stato ufficialmente approvato all’interno del decreto legge Balduzzi sulla sanità nel settembre 2012. Nel testo originario della legge l’entrata in vigore era prevista per il primo gennaio 2013, ma il Consiglio dei Ministri ha poi modificato i termini di decorrenza “a sei mesi dal perfezionamento con esito positivo della procedura di notifica di cui alla direttiva 98/34/CE“. In pratica si attende una risposta dalle autorità europee sulla conformità formale della norma alle procedure comunitarie. Un modo di temporeggiare che il presidente della Coldiretti Sergio Marini ha commentato in questi termini: “la necessità di subordinare la norma alla procedura comunitaria è una pura invenzione. Evidentemente cambiano i governi, ma non cambia il modo con cui vengono presi in giro cittadini ed agricoltori facendo leggi utili, ma avendo già trovato il cavillo per non applicarle mai“. Di fatto, ad oggi, la norma sull’innalzamento della percentuale di frutta nelle bibite non è entrata in vigore, a oltre sei mesi dall’approvazione in Parlamento, e nulla fa sperare che possa entrare in vigore nei prossimi mesi.

(Luigi Torriani)

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