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Agricoltura e Crisi. Intervista al Presidente di Coldiretti Lombardia Ettore Prandini

Qual è la situazione dell’agricoltura italiana nel contesto della Crisi epocale che stiamo vivendo? Quali sono le maggiori criticità e quali le maggiori ragioni di speranza per il futuro? Ne parliamo con il Presidente della Coldiretti Lombardia Ettore Prandini, che ringraziamo per la cortese disponibilità. Cinque domande e cinque risposte per capire qualcosa di più sul difficile stato presente e sulle prospettive future dell’agroalimentare italiano.

 

PRIMA DOMANDA: 50.000 aziende agricole italiane hanno chiuso i battenti nel 2011, e ben 13.000 nel solo primo trimestre del 2012. Al di là della Crisi che sta colpendo tutta l’economia italiana nel suo complesso, una delle cause specifiche di questa situazione drammatica è il crollo dei prezzi all’origine, cioè i prezzi pagati agli agricoltori dalla Grande Distribuzione. La Coldiretti ha lanciato più volte l’allarme su questo punto, prima per il settore ortofrutticolo (prezzi all’origine dimezzati nel giro di un anno), poi per i pastori (latte di pecora ormai venduto sottocosto), poi per olio, grano, vegetali e riso. Mentre i prezzi al pubblico continuano ad aumentare (gli alimentari in Italia costano il 6% in più della media Ue), i guadagni degli imprenditori agricoli continuano a scendere e la Gdo si mangia tutti i guadagni. Come si è arrivati a questa situazione paradossale? E cosa pensate di fare per risolverla?

 

RISPOSTA: “La situazione attuale è figlia di un sistema economico in cui la grande distribuzione ha quasi monopolizzato la vendita dei beni di consumo e quindi tratta da una posizione egemonica tutti i rapporti con produttori e fornitori, agricoli e industriali. Inoltre, la concorrenza di prodotti stranieri, che magari sono venduti con nomi o marchi italiani, penalizza la vera agricoltura Made in Italy, portando vantaggi a pochi. Per uscire da questa situazione, la Coldiretti e le aziende ad essa associate stanno realizzando il progetto di una filiera agricola tutta italiana grazie alla quale i prodotti dei nostri territori possono finire direttamente sulle tavole dei consumatori attraverso la vendita diretta nelle cascine, negli spacci agricoli, nelle botteghe di Campagna Amica, inoltre si sta consolidando la rete dei Consorzi agrari per garantire alle imprese agricole maggiori vantaggi economici nell’acquisto collettivo di cereali e materie prime”.

 

 

SECONDA DOMANDA: Un altro problema è quello del falso Made in Italy venduto sul mercato interno. Il 15% dei derivati del pomodoro venduti in Italia è di origine cinese (ma spacciato per italiano), l’olio extravergine guardando l’etichetta sembra sempre italiano ma poi si scopre che l’Italia è il massimo importatore mondiale di olio, i formaggi sono spesso prodotti con latte straniero (e addirittura c’è stato il caso del pecorino rumeno finanziato con soldi pubblici), le importazioni di funghi dalla Cina sono aumentate del 317% nel 2011, tre prosciutti su quattro sono venduti con marchio tricolore ma sono in realtà di provenienza estera. L’Italia inoltre è “leader” europea per le segnalazioni di cibi contaminati e per le agromafie, e i danni della contraffazione alimentare nel nostro Paese sono stimati in 164 milioni di euro al giorno. Il problema sta soltanto in una diffusa mancanza di rispetto per le regole (tipicamente italiana…), o c’è anche dell’altro (carenza di leggi e/o di controlli adeguati)?

 

RISPOSTA: “Non credo che il mancato rispetto delle regole sia una caratteristica tipicamente italiana, come lei dice nella sua domanda. Il problema del falso Made in Italy, che ha un valore di quasi 60 miliardi di euro nel mondo, deriva piuttosto dall’assenza di regole precise sull’etichettatura d’origine per molti prodotti. Una carenza di trasparenza che è utile a chi vuole sfruttare il traino della “buona fama” del vero Made in Italy per massimizzare i guadagni all’estero, magari anche con l’aiuto, adesso speriamo finito, di soldi pubblici, quindi di tutti noi. I controlli che i carabinieri del Nas effettuano su tutto il territorio nazionale sono poi un’ulteriore garanzia sulla qualità dei nostri prodotti. All’estero il furto di identità nel settore del food è un problema che, secondo noi, dovrebbe essere affrontato ai massimi livelli. Come Coldiretti ci stiamo battendo sia in Italia che nel mondo per garantire il giusto riconoscimento ai prodotti delle nostre aziende”

 

 

TERZA DOMANDA: La Coldiretti è da sempre in prima fila contro gli Ogm e in difesa del biologico. Sugli Ogm la popolazione italiana (e più in generale europea) sembra essere con voi, al punto che la Basf (la multinazionale tedesca che fino a poco tempo fa era impegnata a lanciare le patatine fritte Ogm) ha annunciato che abbandonerà qualsiasi piano di sviluppo e commercializzazione di colture Ogm in Europa, per concentrarsi esclusivamente sul mercato americano. Nel frattempo è arrivata la notizia dell’hamburger in provetta (che però dovrebbe costare 250.000 euro…) e il ministro Clini ha aperto agli Ogm in Italia, ma i sondaggi continuano a mostrare la contrarietà degli italiani agli organismi geneticamente modificati. Parallelamente al rifiuto degli Ogm sembra però essersi diffusa ultimamente anche una sfiducia di fondo nei confronti del biologico. L’immagine del marchio Bio ha avuto di recente diversi appannamenti, dalla questione dell’arsenico trovato nel riso e nello sciroppo di riso biologici a tutte le denunce di Altroconsumo sul falso Bio fino al maxisequestro di falsi prodotti biologici nel dicembre 2011 (con 700.000 tonnellate sequestrate è praticamente emerso che il 10% del mercato biologico nazionale è costituito da prodotti fasulli…). Quale danno d’immagine (e quindi economico) per il settore è stato provocato da queste continue notizie di truffe? E cosa rispondereste a chi vi dicesse che non si fida più ad acquistare prodotti biologici? Per risolvere la situazione è sufficiente la recente introduzione del marchio europeo per i prodotti biologici comunitari o serve ben altro?

 

RISPOSTA: “La trasparenza e la veridicità delle informazioni che si danno ai consumatori hanno un valore non solo morale, ma anche economico. Se si tradisce la fiducia della gente, poi è difficile recuperarla e basta l’errore di uno per danneggiare la maggioranza che agisce nelle regole. Per questo ben vengano i controlli dei Nas, anche sui prodotti Bio che rappresentano ancora una nicchia della produzione agroalimentare, ma che rispondono alla richiesta di una fascia di consumatori. Quello che serve è un controllo continuo da parte delle autorità preposte per evitare incidenti o truffe. Per quanto riguarda gli OGM la nostra posizione è chiara: siamo contrari. Gli OGM non rappresentano in vantaggio dal punto di vista economico, non è vero che con l’agricoltura tradizionale non si possono ottenere gli stessi risultati, non è vero che servono a sconfiggere la fame nel mondo perché mettono chi li adotta nelle mani di poche multinazionali. Inoltre, per un semplice principio di precauzione, nessuno è ancora in grado di garantire al 100 per cento che fra qualche decina d’anni non ci saranno conseguenze sulla salute delle persone”.


 

QUARTA DOMANDA: Le aziende agroalimentari italiane oggi stanno in piedi soprattutto grazie alle esportazioni. Mentre il mercato interno stagna e in certi casi crolla, l’export agroalimentare è cresciuto del 9% in valore nel 2011, con numeri importanti soprattutto per vini, formaggi e salumi. Resta però il problema dell’Italian sounding, che fa perdere decine di miliardi di euro all’anno all’agroalimentare tricolore. Con casi incredibili come quello del Prosciutto di Parma in Canada (il vero Prosciutto di Parma deve essere venduto sul mercato canadese con il nome di “Prosciutto originale”, mentre il falso Parma viene venduto con marchio e logo italiani). Nel frattempo l’Argentina (mentre noi liberalizziamo i commerci con il Marocco…) ha bloccato le importazioni di prosciutti italiani. Si può fare qualcosa per risolvere questi giganteschi problemi internazionali o siamo del tutto impotenti?

 

RISPOSTA: “Come ho detto prima, servono: un’etichettatura d’origine trasparente, regole chiare e condivise a livello nazionale e internazionale, controlli e magari una maggiore attenzione della politica verso un settore così importante come quello del vero agroalimentare Made in Italy”.

 

 

QUINTA DOMANDA: Si è scoperto proprio in questi giorni che la multinazionale Lactalis usa un marchio italiano (Galbani) per vendere falso Pecorino romano negli Stati Uniti. Lo può fare perché tempo fa ha acquistato il marchio Galbani. Cominciano a venire al pettine i nodi di un fenomeno finora trascurato e sottovalutato: negli ultimi dieci anni la gran parte dei grandi marchi dell’agroalimentare italiano sono stati ceduti all’estero. Il marchio continua a essere italiano ma la proprietà è diventata straniera. Per esempio: Buitoni, Perugina, Antica Gelateria del Corso, Sanpellegrino sono della multinazionale svizzera Nestlè. Fattoria Scaldasole è della francese Andros, gli oli Sasso, Carapelli e Bertolli sono del gruppo spagnolo SOS, gli spumanti Gancia sono dell’oligarca russo Roustam Tariko, Ar Pelati è della società Princes (controllata dalla giapponese Mitsubishi), le birre Peroni sono dell’azienda sudafricana SABMiller, Parmalat, Locatelli e Galbani sono della francese Lactalis. Tutti cessioni avvenute negli ultimi anni, fino a rivoluzionare completamente il panorama del settore alimentare italiano, che ormai è per larga parte nelle mani di aziende non italiane che hanno il solo interesse di sfruttare al massimo e senza regole il marchio Made in Italy. Cosa pensa di questo fenomeno e cosa intende fare la Coldiretti per contrastarlo?

 

RISPOSTA: “La cessione di marchi italiani ad aziende straniere è da una parte la prova del valore e della bontà dei nostri prodotti, ma dall’altra è anche la conferma che serve un’attenzione particolare di tutto il sistema Paese verso il settore agroalimentare nel suo complesso, a partire dalla garanzia sull’origine delle materie prime che vengono poi usate per formaggi, salumi e altre produzioni a marchio italiano. Chi si compra i nostri brand non prende solo un nome, ma si prende una storia, una tradizione, una rete di conoscenze, un bacino di fornitori locali, un percorso culturale, un’immagine che il mondo ha dell’Italia. Chiunque compri le grandi industrie del settore agroalimentare dovrebbe partire sempre dal presupposto che i prodotti che poi venderà devono essere fatti con materie prime italiane. Regole precise in questo senso credo che siano la base di un rafforzamento del nostro sistema economico ma anche di un corretto rapporto con i consumatori”.

 

(Luigi Torriani)

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