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Cibo per gli animali. Aumenti fino al 50%

Il crollo delle aziende agricole italiane (in 50.000 hanno chiuso i battenti nel solo 2011, in 13.000 nei primi mesi del 2012) non è legato esclusivamente alla Crisi generale dell’economia. Il problema non è soltanto che si vende di meno. Il problema è anche che si spende sempre di più, con un aumento dei prezzi delle materie prime e dei costi di produzione che sta diventando insostenibile, e al quale si accompagna un calo dei prezzi pagati all’origine dalla Grande Distribuzione all’imprenditore agricolo.

I dati – diffusi dalla Coldiretti – non necessitano di commenti e fotografano una situazione drammatica: i costi per riempire la mangiatoia degli animali in Italia sono aumentati del 50% circa nel periodo gennaio-agosto 2012. La ragione di questo salasso (su cui l’Anas aveva già lanciato l’allarme mesi fa per la suinicoltura) sta nella vera e propria esplosione dei prezzi delle componenti fondamentali della dieta degli animali, in particolare mais e farina di soia. Le quotazioni di questi prodotti hanno raggiunto negli ultimi mesi il massimo storico, con il mais che è aumentato di oltre il 40% (passando sulla piazza di Milano da 196 a 276 euro a tonnellata) e la farina di soia che è passata da 335 a 566 euro a tonnellata (+70%!). Dato che circa il 75% dell’alimentazione delle mucche è composto da soia e mais, questi aumenti stanno diventando praticamente insostenibili per le aziende agricole, anche perché – nel frattempo – le vendite al pubblico calano per via della Crisi e i prezzi pagati dalla Gdo all’azienda agricola sono sempre più bassi.

 

Ma quali sono le cause di questa situazione drammatica? Secondo le analisi Coldiretti sarebbero due le cause fondamentali dell’aumento dei prezzi del cibo per gli animali, una congiunturale, l’altra più profonda e ormai strutturale. La causa congiunturale è il ridimensionamento dei raccolti mondiali di mais per via del caldo e della siccità nelle campagne in Europa, negli Stati Uniti e nei Balcani. In Italia siamo a meno 30%, e il caldo inusuale dell’estate 2012 – la più torrida degli ultimi duecento anni insieme all’estate 2003 – ha già determinato danni per un miliardo di euro all’agricoltura italiana nel suo complesso. Peraltro l’Italia importa l’80% della soia di cui necessita, e circa il 20% del mais, ma i problemi climatici di cui parliamo sono globali e colpiscono sia chi è autosufficiente sia chi importa. L’altro problema è ormai strutturale, e riguarda l’evoluzione geopolitica in corso. Secondo l’ultimo rapporto Ocse-Fao la produzione agricola dovrebbe crescere del 60% nei prossimi 40 anni per fronteggiare l’aumento della domanda legato alla crescita della popolazione mondiale, e quindi alla richiesta di biocarburanti. Inoltre l’ascesa dei redditi in paesi come la Cina porta a un maggior consumo di carne e, quindi di mangime per gli allevamenti. Una situazione che sta portando e che probabilmente porterà sempre di più nei prossimi decenni ad un aumento del divario tra domanda e offerta e quindi ad un aumento dei prezzi dei mangimi.

 

Nel frattempo, secondo i dati Eurobarometro, 46% degli italiani è preoccupato che in un futuro prossimo la produzione di cibo non sarà più sufficiente a soddisfare il fabbisogno della popolazione, anche per effetto del calo delle terre coltivate. Le terre disponibili per gli agricoltori italiani sono sempre meno. Ci sarebbero in realtà tutti i terreni dello Stato a vocazione agricola, e vendendoli si amplierebbe lo spazio per l’agricoltura rimpinguando al tempo stesso le casse esangui dello Stato italiano, ma incredibilmente la situazione sul fronte della vendita delle terre di proprietà pubblica continua a essere bloccata…

 

(Luigi Torriani)

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