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Frodi pasquali. Sequestrati 3.000 kg di prodotti alimentari

Nel Paese leader europeo delle agromafie e delle truffe alimentari, un Paese – l’Italia – dove si è arrivati addirittura a finanziare con soldi pubblici il falso Made in Italy, e dove tre prosciutti su quattro spacciati per italiani in realtà sono di provenienza straniera (e un discorso analogo vale per olio, olive, latte, formaggi, funghi, pesce), naturalmente le festività pasquali non fanno eccezione. Con 3.000 kg di prodotti alimentari sequestrati e con almeno metà della carne di agnello che è venduta come italiana ma è in realtà di importazione.

 

I Nuclei antifrodi dei Carabinieri hanno sequestrato nelle scorse settimane oltre 3.000 kg di prodotti alimentari destinati a finire sulle tavole degli italiani nei giorni delle festività pasquali. Sono stati sequestrati, precisamente, 3.163 kg di alimenti tra pesce, carne, dolci pasquali, uova, prodotti ortofrutticoli, prodotti caseari. Totale delle sanzioni inoltrate: oltre 100.000 euro (108.213,82). Le irregolarità hanno toccato soprattutto pesci, dolci artigianali e prodotti ortofrutticoli messi in vendita senza le indicazioni richieste sulla tracciabilità e sulla etichettatura (o con indicazioni false), e in violazione delle normative nazionali ed europee sulla qualità e sicurezza alimentare. Protagonisti delle operazioni di sequestro sono stati in particolare i Nuclei antifrodi Carabinieri di Roma, Parma e Salerno, che hanno effettuato controlli in tutta Italia presso imprese agricole, punti vendita della Gdo, centri commerciali e mercati generali.

Nella provincia di Salerno, per esempio, sono stati effettuati sequestri in diverse pasticcerie, che vendevano dolci pasquali privi delle etichette con le indicazioni obbligatorie per legge e falsamente presentati al cliente come artigianali. In una ditta di commercializzazione e di confezionamento è stata poi sequestrata delle carne di bufalo importata dall’Australia e etichettata come “Made in Italy”. In provincia di Roma e Napoli sono state sanzionate diverse pescherie per violazioni in materia di etichettatura e conservazione degli alimenti. Nella provincia di Catania sono state inoltrate sanzioni per ingannevole invocazione di marchi di qualità e improprio utilizzo dei marchi Dop-Igp “Pistacchio verde di Bronte”, “Arancia rossa di Sicilia” e “Nocciola di Piemonte”. Analogamente in provincia di Treviso una società ortofrutticola è stata multata perché vendeva comuni cipolle rosse all’aceto etichettandole come “Cipolle di Tropea Igp” e comuni pomodori ciliegini spacciandoli per “Pomodori Pachino Igp”.

Infine c’è la questione della carne d’agnello. La Coldiretti ha parlato di carne d’agnello “salva pastori”, e ha auspicato il trionfo degli agnelli sulle tavole pasquali per dare una boccata d’ossigeno ai pastori italiani, già duramente provati dal problema del prezzo all’origine del latte sempre più basso. Il problema, anche qui, è il solito: quanta carne di agnello venduta come italiana è realmente tale e quanta è invece un falso Made in Italy di importazione?

Questo il comunicato stampa di Coldiretti: “a Pasqua si acquista la maggior parte degli 1,5 chili di carne di agnello che sono in media consumati in un anno da ogni italiano. Un appuntamento dal quale dipende il futuro della pastorizia in Italia, dove è scomparso quasi un gregge di pecore su tre negli ultimi dieci anni e ci sono molte preoccupazioni per il futuro dei 70mila allevamenti rimasti. Le festività pasquali rappresentano dunque l’occasione per recuperare i piatti storici della transumanza (in Abruzzo agnello cacio e ova, il molisano agnello sotto il coppo, nel Lazio l’abbacchio alla scottadito) con l’effetto di consentire la sopravvivenza di un mestiere antico ricco di tradizione che consente la salvaguardia di razze in via di estinzione a vantaggio della biodiversità del territorio. Nelle case, nei ristoranti e negli agriturismi viene servita per Pasqua su quasi una tavola su tre carne di agnello nelle classiche ricette al forno, arrosto con le patate, al sugo o brodettato, che si conferma come l’alimento piu’ rappresentativo della tradizione. Purtroppo più della metà della carne di agnello in vendita durante il periodo pasquale rischia di essere importata, soprattutto dai paesi dell’est, all’insaputa dei consumatori e spacciata come Made in Italy perché non è stato ancora introdotto l’obbligo di indicare l’origine in etichetta previsto dalla legge nazionale sostenuta dalla Coldiretti ed approvata all’unanimità dal Parlamento. Da qui il consiglio della Coldiretti di rivolgersi quando possibile direttamente al pastore, anche nei mercati degli agricoltori di campagna amica, o di acquistare carne certificata come l’agnello di Sardegna Igp, l’abbacchio Romano Igp, l’agnello dell’Appennino del Centro Italia Igp o le altre produzioni tipiche come l’agnello lucano, l’agnello nero toscano e l’agnello di Pomarance. Per quanto riguarda i prezzi, quelli riconosciuti agli allevatori italiani si sono mantenuti sugli stessi livelli del periodo pasquale dello scorso anno, in media sui 4 euro al chilo per un agnello di 14/16 chili e non ci sono dunque motivi per eventuali rincari dei prezzi al consumo, che si aggirano, invece, tra i 10 ed i 20 euro al chilo anche se non mancano offerte stracciate di dubbia provenienza. Se tra parenti e amici non c’è più chi custodisce e prepara i sapori dell’antica tradizione, una alternativa coerente è rappresentata dagli agriturismi della campagna italiana dove secondo Terranostra si stimano oltre duecentomila presenze”.

(Luigi Torriani)

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