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Bevande cancerogene? Il caso della Coca Cola

 

È bufera sulla Coca Cola. Il soft drink più venduto nel mondo e più odiato dai salutisti di tutto il mondo, secondo il Center for Science in the Public Interest dello Stato della California conterrebbe addirittura una sostanza cancerogena. Il colmo in tutta questa storia è che al momento la sostanza dovrebbe essere tolta soltanto dalle lattine di Coca Cola in commercio sul mercato californiano, mentre altrove rimarrebbe!


Creata nel 1886 ad Atlanta dal farmacista americano John Stith Pemberton, popolarissima già a partire dagli anni ’20, da sempre la Coca Cola è nell’occhio del ciclone per ragioni di sicurezza alimentare. Per le elevate quantità di caffeina e zucchero (che la rendono eccitante e ipercalorica, quindi corresponsabile dell’emergenza obesità nei Paesi occidentali), per l’aspartame (sostanza potenzialmente tossica) nella versione light, per la forte concentrazione di acido fosforico (che rende la bevanda particolarmente corrosiva, e quindi tra l’altro dannosa per lo smalto dei denti), per la scarsa igiene dei processi produttivi e la presenza riscontrata di forti residui di pesticidi, per la mancata chiarezza nella composizione delle sostanze aromatizzzanti (indicate genericamente in etichetta come “aromi naturali”), per la presenza di coloranti. Su questi aspetti e sui tratti fortemente imperialistici nello sfruttamento di luoghi e lavoratori in Asia e in Sudamerica, sono uscite diverse pubblicazioni, tra le quali “Coca Cola. L’inchiesta proibita” di Reymond William e il recente (uscito in Italia il 18/03/2012) “Coca Cola. Gusto amaro e amare verità” di Michael Blanding, pubblicato in Italia dall’editore Egea dell’Università Bocconi.

 

Nuovi problemi arrivano ora da una sostanza contenuta nel caramello usato per la preparazione della Coca Cola e della Pepsi Cola, il 4-MEI (4-metilimidazolo), che potrebbe essere potenzialmente cancerogeno. Tutto parte dalla California, dove sono stati effettuati dei test su topi da laboratorio che hanno segnalato la comparsa di tumori nelle cavie cui era stata somministrata in ampie dosi la sostanza. A questo punto sono partite le segnalazioni e le proteste da parte delle associazioni dei consumatori e da parte del Center for Science in the Public Interest. Infine è intervenuto direttamente lo Stato della California, che ha chiesto esplicitamente alle due aziende (Coca Cola e Pepsi Cola) di modificare la formula delle bevande oppure, in alternativa, di segnalare sulle etichette di bottiglie e lattine il rischio per la salute dei consumatori. Naturalmente le due aziende hanno scelto la prima opzione, e hanno immediatamente annunciato che diminuiranno come richiesto dai nuovi paramentri californiani le dosi della sostanza incriminata, e che comunque – trattandosi di un colorante – l’impatto dovrebbe essere soltanto visivo (colore un po’ meno scuro) e non andrebbe a toccare il gusto della bevanda.

 

Il paradosso è che tutto questo, al momento, riguarda esclusivamente i consumatori californiani. Ciò che è considerato potenzialmente cancerogeno dal governo della California, non lo è nel resto del mondo. Ma qualcosa si sta muovendo. Per gli altri Stati americani si attendono pronunciamenti più dettagliati della Food and Drug Administration. Per l’Europa dovrebbe esserci a breve una discussione in sede di Unione Europea. Uno dei primi a muoversi è stato l’eurodeputato veronese Lorenzo Fontana (Lega Nord), che ha presentato un’interrogazione alla Commissione Europea ritenendo “paradossale che il medesimo composto sia considerato potenzialmente nocivo negli Stati Uniti, mentre in Europa tale rischio non sia contemplato”.

 

(Luigi Torriani)

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