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L'agricoltura italiana nel 2012. Rischi e ragioni della crisi secondo Coldiretti

I dati sono sempre più preoccupanti. Il valore aggiunto agricolo è in calo dello 0,5%, nel 2011 hanno chiuso 50.000 imprese agricole (su un totale di 845.000 imprese iscritte nei registri delle Camere di Commercio), e sono aumentate del 30% le aziende agricole in sofferenza nel far fronte al pagamento di mutui. In un comunicato stampa la Coldiretti spiega le ragioni di questa situazione e mostra pessimismo anche per il 2012, che è iniziato malissimo.

 

Mentre l’export agroalimentare continua a salire, sul fronte dei consumi interni il piatto piange (e intanto vendiamo alle multinazioni i marchi italiani e per la prima volta nella storia esportiamo più vino di quanto ne consumiamo). La Crisi generale e quindi il calo del potere d’acquisto delle famiglie ha determinato e sta determinando un vero e proprio cambio di mentalità nei consumatori italiani. Una serie di nuovi comportamenti sintetizzati dall’indagine di Coldiretti e Swg su Gli italiani e l’alimentazione nel tempo della crisi. Prima di tutto si taglia sulla qualità dei prodotti (a parte il biologico, e i Famer’s Market, che continuano a crescere), con la crisi sempre più drammatica dei negozi tradizionali, con la sostanziale tenuta dei classici supermercati e con il vero e proprio trionfo dei discount. Non affatto un caso, in questo contesto, il drastico calo delle vendite dei filetti e dei tagli pregiati di carne. Poi si cambiano tempi e modi della spesa, dedicando sempre più attenzione e sempre più calcoli nella spesa alimentare e dando praticamente l’addio ai tradizionali acqusiti d’impulso, per la disperazione degli esperti di marketing. Infine si risparmia semplicemente andando a tagliare sulla quantità degli acquisti. In generale (dati Istat per l’intero 2011) si parla di una flessione media per i generi alimentari dell’1,3%, e nel dettaglio: meno carne bovina (-0,1%), meno pasta (-0,2%), meno carne di maiale e salumi (-0,8%), meno ortofrutta (-1%), e persino meno latte fresco (-2,2%).

 

E’ in questo contesto che si inserisce, proprio a inizio 2012, un altro grande fattore problematico: il maltempo. L’ondata anomala di maltempo di fine gennaio e inizio febbraio ha determinato nella filiera dell’agroalimentare italiano dei danni che Coldiretti e Confagricoltura stimano in oltre 500 milioni di euro. Si parla di 100.000 tonnellate di cibo che è andato distrutto, black out elettrici che hanno mandato in tilt centinaia di aziende agricole del Centro Italia, 10.000 animali morti per il freddo, il 30% delle piantagioni in campo aperto bruciate dal gelo, il 5% degli alberi da frutta, viti e olivi che è andato distrutto, una riduzione del 15% della produzione di latte (con il freddo l’animale consuma più energia per difendersi dalle basse temperature, e riduce quindi la produzione) e una calo nella produzione di uova che in Toscana è arrivato al 20%. Numeri impressionanti che arrivano subito dopo lo sciopero dei Tir di gennaio, che secondo i dati di Coldiretti ha causato lo spreco di 100.000 tonnellate di cibo con 200 milioni di euro di danni per la filiera alimentare. E che arrivano in un Paese come l’Italia dove le agromafie hanno un business da oltre 12 miliardi di euro, e dove sul fronte del contrasto alle frodi e all’agropirateria da pochissimo si sta seriamente muovendo qualcosa a livello parlamentare.

 

Altro aspetto problematico nell’agricoltura italiana è lo strapotere della Gdo e il divario sempre crescente tra il prezzo pagato al consumatore e il prezzo finale al consumatore. In pratica la Grande Distribuzione vive ormai su ricarichi pazzeschi e su cifre sempre più basse pagate ai produttori agricoli. Casi eclatanti sono il settore ortofrutticolo (dove ci sono agricoltori che arrivano a pagare oltre 40 centesimi di euro per produrre e raccogliere un chilo di nettarine, per poi essere costretti a rivenderle a poco più di 30 centesimi) e la situazione dei pastori (molti dei quali ormai vendono il latte di pecora sottocosto, producendone un litro a un costo di 85 centesimi mentre gli industriali glielo pagano 65-70 centesimi). Il governo Monti è intervenuto a fine gennaio 2012 sulla questione dei ritardi nei pagamenti, mettendo un freno allo strapotere della Grande Distribuzione. Resta però il problema dei prezzi all’origine, che restando così bassi ancora a lungo porterebbero alla chiusura di migliaia di piccole imprese agricole.

 

 

Infine c’è la questione dei prezzi al consumatore, che sono in continuo aumento. I dati sull’inflazione di inizio 2012 sono pessimi, e secondo i dati del Codacons rischiano di portare a un’aggravio di oltre 600 euro annui per il carrello della spesa della famiglia media italiana. Il rischio, naturalmente, è che l’aumento dei prezzi spinga a un’ulteriore contrazione dei consumi. E in questo contesto si inserisce la questione dell’Iva. Dopo la mazzata tremontiana della super Iva al 21%, dal primo ottobre è in arrivo la stangata del governo Monti con l’aumento del 2% sulle aliquote Iva del 10% (carni, pesci, latte conservato, yogurt, tè, spezie, riso, zucchero, miele, birra, cacao) e del 21% (acqua minerale, vino, spumanti, birra, tartufi, propoli). Si parla, secondo i dati di Coldiretti, di una manovra che che peserà per oltre un miliardo di euro sulla spesa alimentare degli italiani. Con ulteriori, prevedibili, effetti depressivi sui consumi. Nel frattempo sul fronte della tanto auspicata vendita dei terreni agricoli dello Stato, la situazione è ancora ferma.

 

(Luigi Torriani)

 

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