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Povertà e sprechi alimentari: l'analisi Coldiretti sui dati Istat

Ha destato scalpore l’indagine Istat diffusa il 15 luglio sulla situazione economica delle famiglie italiane. Indagine dalla quale risulta che 8,2 milioni di italiani – pari al 13,8% dell’intera popolazione – versano in condizione di povertà assoluta o relativa (fissando la soglia di povertà relativa, per una famiglia con due componenti, a 992,46 euro mensili). Ancor più scalpore dovrebbe destare l’analisi concomitante della Coldiretti, dalla quale emerge che riducendo di appena il 20% gli sprechi di cibo degli italiani si potrebbero abbondantemente coprire le esigenze alimentari di questi 8 milioni di poveri.

Un taglio agli sprechi che passerebbe attraverso una maggiore sensibilizzazione del consumatore, ma anche attraverso una razionalizzazione della filiera alimentare che non è più procrastinabile. 

Secondo i dati della Coldiretti negli sprechi dal campo alla tavola si perdono tra i dieci e i venti milioni di tonnellate di cibo, per un valore annuo di circa 37 miliardi di euro. Cifre impressionanti che consentirebbero di garantire un’alimentazione adeguata non a 8 ma a 44 milioni di persone.

Anzitutto ci sono gli sprechi a monte della filiera agroalimentare. Sprechi che aumentano ulteriormente nel periodo estivo, quando volano gli acquisti di frutta e verdura fresche ma aumentano anche i problemi nella conservazione e nella filiera alimentare. Al punto che secondo le stime della Coldiretti si arriva al 25% di frutta e verdura che rischia di finire nella spazzatura per eccessiva maturazione nel percorso dal campo alla tavola.
Oppure la frutta e la verdura viene semplicemente lasciata sul campo perché non è più conveniente raccoglierla. Per esempio si calcola che nel 2009 siano rimaste sul campo 177.479 tonnellate di mele per la cui produzione erano stati utilizzati 124.235.300 metri cubi di acqua. Ma anche 378.312 tonnellate di arance (acqua utilizzata 189.156.00 metri cubi) e 3.470.273 tonnellate di pomodori (con 644.479.272 metri cubi di acqua andati sprecati). Prodotti agroalimentari non raccolti che nel loro complesso determinano lo spreco di 12,6 miliardi di metri cubi di acqua all’anno (dati 2010).

Poi ci sono gli sprechi delle famiglie italiane, che detengono il primato europeo dei consumi idrici domestici (78 metri cubi all’anno per abitante, dati Eurostat). E che secondo i dati del “Libro nero dello spreco in Italia” curato dal preside della facoltà di Agraria di Bologna Andrea Segrè e dal ricercatore Luca Falasconi sprecano mediamente il 17% dei prodotti ortofrutticoli acquistati, il 15% di pesce, il 28% di pasta e pane, il 29% di uova, il 30% di carne e il 32% di latticini. In media l’Italia spreca il 25% del cibo che produce, sempre meglio degli Stati Uniti (40% di spreco) ma tutt’altro che virtuosa.  Sperperi legati a diversi fattori, tra i quali: acquisti in eccesso, prodotti scaduti o andati a male, offerte speciali acquistate in eccedenza, prodotti acquistati come novità ma non soddisfacenti e prodotti acquistati ma rivelatisi poi non necessari e anzi pleonastici.

Ce n’è abbastanza per concluderne che l’italiano medio non è un modello di consapevolezza e di virtù (neanche per le  proprie tasche!) negli acquisti e nei consumi. Nonostante i numerosi decaloghi anti-sprechi che ci vengono suggeriti, come il vademecum recentemente stilato dalla Coldiretti per limitare gli sprechi estivi di frutta e verdura. Consigli spesso intuitivi (scegliere i frutti con il giusto grado di maturazione, preferire varietà di stagione, limitare il più possibile l’esposizione di frutta e verdura alle alte temperature) ma evidentemente inascoltati.

Poi ci sono i problemi intermedi tra monte e valle, quelli della grande distribuzione, che spesso si ritrova con tonnellate di merce invenduta e buttata  perché sull’etichetta si avvicina la data di scadenza. Nel solo 2010 263.000 tonnellate di prodotti alimentari ancora commestibili (di cui 109.000 tonnellate di prodotti ortofrutticoli) sono andati sprecati nell’ambito della grande distribuzione. Tanto che l’associazione Last Minute Market, che si occupa del recupero e del riutilizzo di beni invenduti dalla GDO (Grande Distribuzione Organizzata) ha recuperato in un anno 200.000 chili di prodotti alimentari perfettamente commestibili che altrimenti sarebbero finiti nelle discariche, per un totale di 650.000 euro e mille pasti al giorno.

Il problema comunque non è solo italiano ma globale. Usa ed Europa consumano da soli l’80% delle risorse idriche planetarie, mentre 1,4 miliardi di persone non hanno accesso all’acqua potabile e oltre 2 miliardi ne hanno accesso ma subiscono effetti negativi per le cattive condizioni sanitarie dell’acqua stessa. La Fao stima poi che circa un terzo del cibo consumabile viene di fatto sprecato e buttato. E anche limitandosi alla sola Unione Europea, si calcola che nei 27 Paesi dell’Unione finiscano in discarica ogni anno 179 chili di cibo pro capite.

Nel frattempo il presidente della commissione Agricoltura del parlamento europeo Paolo De Castro ha annunciato una novità in arrivo: “abbiamo avviato l’iter per dichiarare il 2013 anno europeo contro gli sprechi, e inserire così il tema della lotta agli sprechi nell’agenda europea”. “La gravità del problema” – ha chiarito De Castro – “richiede un’attenzione pubblica maggiore, una gestione più consapevole delle risorse potrebbe far risparmiare cibo e acqua per persone che adesso ne sono prive. L’anno europeo contro gli sprechi non è solo un’iniziativa simbolica ma dà indicazioni concrete di natura legislativa, è solo l’inizio di un lungo percorso per sollevare il tema della scarsità di risorse come l’acqua”. Nel frattempo – fino al 2013 – c’è ancora un anno e mezzo per sprecare in santa pace.

(Luigi Torriani)

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