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Italian sounding: si spera nella nuova normativa europea

L’italian sounding è l’evocazione di una (fallace) sensazione di italianità in prodotti alimentari che con l’Italia non hanno nulla a che vedere. Cibi e bevande presentati con un marchio dalle sonorità italiane ma che non hanno affatto un’origine italiana. Il Parmesao brasiliano, il Regianito argentino, il Parmesan statunitense, le penne Napolita, il Brunetto, il Napoli Tomato, il Daniele Prosciutto, il Parma Ham, la Tinboonzola australiana, la Cambozola in Germania, Austria e Belgio, la mozzarella del Texas, la Robiola del Canada, l’Asiago del Wisconsin, il Provolone americano, il Prosec, il Parmeson cinese e innumerevoli altri marchi che onestamente sfiorano non di rado il caricaturale e il grottesco nella scelta dei nomi.

Con danni economici di miliardi di euro per il Made in Italy e con danni di immagine incalcolabili per i prodotti Doc e Dop del nostro Paese e per tutte le eccellenze gastronomiche italiane (svalutate nell’immaginario internazionale corrente a causa dell’erroneo e indotto accostamento con la scadente qualità dei cibi e dei vini di imitazione). Se sul fronte extraeuropeo la situazione rimane purtroppo sostanzialmente incontrollabile, l’approvazione da parte del Parlamento europeo di una nuova legislazione comune sull’etichettatura alimentare fornisce nuove speranze nella lotta contro l’italian sounding dei Paesi limitrofi. Ma resta il problema delle bibliche tempistiche politiche e burocratiche.

Secondo dati rilevati in diversi contesti istituzionali si stima un danno di oltre 50 milioni di euro per le nostre produzioni nazionali a causa delle contraffazioni dei marchi italiani e dell’italian sounding. Contraffazioni alimentari che avvengono peraltro anche all’interno del nostro stesso Paese, con circa 12.000 tonnellate di prodotti falsamente indicati come Dop che sono stati sequestrati dai carabinieri in Italia nel corso del 2010. Proprio la scorsa settimana sono stati sequestrati dai Nuclei antifrodi dei carabinieri (Nac) 7.000 kg di prodotti alimentari, tra i quali partite di falso agnello di Sardegna Igp, pesce pangasio del Vietnam spacciato per tutt’altro, paste indicate con marchi Dop senza autorizzazione, formaggi con etichette irregolari e mele dalla provenienza falsificata.

Oltre ad autofalsificarci, naturalmente veniamo anche falsificati dagli altri e nel settore alimentare risultiamo anzi il Paese imitato e falsificato per eccellenza. Il che non è un caso dato che la sola Italia produce oltre il 22% dei prodotti a denominazione d’origine che sono registrati a livello comunitario. Senza contare gli oltre 400 vini Doc, Docg e Igt, e le migliaia di prodotti italiani che vantano riconoscimenti di qualità specificamente nazionali. E che vengono ampiamente taroccati in tutto il mondo. Al punto che per alcuni prodotti come l’olio extravergine di oliva il mercato dell’italian sounding viene stimato addirittura di dieci volte superiore a quello dei prodotti autenticamente italiani.

Da anni si chiede a gran voce che venga almeno rafforzata a livello comunitario la tutela giuridica delle eccellenze del Made in Italy. Ora il Parlamento europeo ha approvato una nuova legislazione comune sull’etichettatura alimentare. La nuova normativa estende alla carne di maiale, di pecora, di capra e di pollo l’indicazione del Paese di proveninenza, già prevista per le carni bovine. Ma soprattutto introduce un principio inequivocabile: non saranno più consentiti simboli e indicazioni posti in etichetta che facciano più o meno occulto riferimento a una nazione e allo spirito e alla suggestione di un determinato Paese.

Una novità che Confagricoltura considera “un’importante decisione nel percorso per soddisfare il diritto all’informazione di oltre 500 milioni di consumatori europei e per realizzare un’importante salvaguardia delle produzioni”.

Unica nota dolente le solite e immancabili tempistiche bibliche della burocrazia e della politica comunitarie. La Commissione ha infatti due anni di tempo per adottare i regolamenti attuativi, nonostante le sollecitazioni italiane sulla necessità di termini ben più brevi. Circa poi l’approvazione e l’applicazione di un’analoga normativa per latte, formaggi e prodotti che utilizzano la carne come ingrediente si parla di tempi di attesa che si aggirano attorno ai cinque anni. Ad maiora!, come si suol dire.  

(Luigi Torriani)

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