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Campagna d'Inghilterra per la birra italiana

Da anni si parla di un sorpasso della birra sul vino nel mercato italiano. La novità di inizio 2011 è la conquista di mercati forti come quello inglese. La birra italiana si scopre brillante anche nell’export verso la Gran Bretagna e gli Stati Uniti. Con molte luci e qualche ombra.

 

Per il primo trimestre 2011 i dati Istat elaborati da Coldiretti parlano infatti di un aumento delle esportazioni di marchi italiani del 37% verso la Gran Bretagna e del 39% verso gli Stati Uniti, Paese – quest’ultimo – che è il più grande consumatore mondiale di birra. Colpisce in particolare il dato dell’Inghilterra, dove la birra è un simbolo nazionale e dove l’offerta interna è notoriamente ampia. Eppure proprio la Gran Bretagna copre oltre la metà della produzione Made in Italy spedita all’estero. Produzione che è aumentata del 16% dal punto di vista delle esportazioni, e che ha visto nell’ultimo anno un’importante crescita anche nel mercato interno italiano.

Secondo la ricerca Ispo/Assobirra “Gli italiani e la birra 2011” i consumatori italiani sono aumentati in 12 mesi di 7 milioni di persone, per un totale di 36 milioni di estimatori con un consumo medio per persona che si aggira attorno ai 28,5 litri annui. Il gradimento della birra in Italia supera oggi i cocktail del 17% e i superalcolici di 24 punti percentuali. Ed è testa a testa con la bevanda alcoolica per eccellenza della tradizione italiana: il vino. Se il primato del vino resiste tra gli over 45 e per i consumi casalinghi, nelle altre fasce anagrafiche e per i consumi extradomestici (bar, pizzerie, ristoranti) la birra è oggi in Italia al primo posto per gradimento. Un testa a testa impressionante se si pensa che solo otto anni fa il consumo di vino al ristorante era doppio rispetto al consumo di birra.

Al di là del confronto con il vino, la ricerca Ispo/Assobirra 2011 certifica in ogni caso un aumento pari al 14% del consumo totale dichiarato di birra nell’ultimo anno. E un continuo aumento, soprattutto, tra il pubblico femminile, che si avvicina sempre di più ai consumatori di sesso maschile (su 36 milioni di italiani amanti della birra, ben 16 milioni oggi sono donne, pari al 62,7% delle italiane maggiorenni). Con grande soddisfazione di dietologi e fustigatori dei costumi, tra l’altro, l’incremento della vendita di birra si segnala soprattutto nel settore del consumo moderato. E’ in lieve ribasso la percentuale di quanti consumano la birra quaotidianamente, mentre aumenta decisamente la fascia dei consumatori abituali ma non quotidiani (“almeno una volta a settimana”) e il novero di coloro che consumano birra saltuariamente (“meno di una volta a settimana”).

Il dato più significativo perché meno ovvio è comunque quello che ci rivelano i dati Istat secondo l’elaborazione di Coldiretti, ovvero la crescita dell’esportazione dei marchi italiani.

Ad attenuare un quadro all’apparenza idilliaco provvedono tuttavia almeno tre considerazioni empiriche di non poco conto. La prima è il fatto che la crescita delle esportazioni riguarda quasi esclusivamente quei marchi che si appoggiano su reti di distribuzione medio-grandi, e cioè la Nastro Azzurro, la Moretti e la Menabrea. I piccoli produttori di birra (non di rado caratterizzati da un prodotto qualitativamente significativo) non crescono più di tanto, e si fermano a due milioni di litri sui 190 milioni di litri esportati. Ovvero: i microbirrifici, sul fronte delle esportazioni, per il momento non decollano. La seconda nota dolente è che il generale trend positivo dell’ultimo anno sul fronte del mercato italiano ha rallentato a inizio 2011, registrando uno stallo dei consumi interni.  La terza ma non ultima nota dolente è l’inespugnabilità del mercato tedesco. La Germania per il momento continua  a restare chiusa alle birre straniere e tenacemente attaccata alla propria birra. Perché? Non si tratta soltanto di un patriottico attaccamento alle tradizioni nazionali. Il direttore di Assobirra Filippo Terzaghi spiega che nel mercato della birra tedesco “c’è una sovracapacità produttiva e le aziende pur di non chiudere devono vendere a prezzi sempre più bassi”. In ogni caso, secondo Terzaghi, quello tedesco per il momento “è un mercato non redditizio dove non vale la pena esportare”.

(Luigi Torriani)

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