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Horsegate. Lo scandalo della carne di cavallo

Horsegate, lo scandalo della carne di cavallo trovata nei prodotti surgelati, sta dilagando in tutta Europa. Una vicenda inquietante con aspetti da spy story, che riporta in primo piano un problema decisivo per la sicurezza alimentare: le regole e i controlli sulle etichette alimentari.


Tutto è partito in Irlanda, quando a seguito di una serie di controlli si è scoperto che alcuni hamburger di bovino distribuiti dai supermercati britannici Tesco contenevano in realtà della carne di cavallo. Nel giro di pochi giorni lo scandalo si è allargato a macchia d’olio, e con l’aumento dei controlli si è accertato che praticamente in tutta la Gdo britannica (nella catena Tesco, ma anche nelle catene Iceland, Lidl, Aldi) erano in vendita diversi prodotti surgelati (in particolare lasagne, spaghetti alla bolognese e hamburger) etichettati come prodotti a base di carne bovina, ma in realtà realizzati con percentuali di carne di cavallo tra il 60 e il 100%.


Qualcuno inizialmente ha minimizzato la vicenda riducendo le reazioni scandalizzate dell’opinione pubblica inglese a un fatto di sensibilità culturale (per gli inglesi mangiare carne di cavallo è un tabù, e in Gran Bretagna non ci sono mai state macellerie equine). Il problema è però apparso con il passare dei giorni decisamente più grave. Quando la Fsa (l’Autorità di controllo alimentare britannica) ha condotto una serie di test su carcasse di cavalli importate e pronte a essere immesse sul mercato, si è scoperto che 8 carcasse sulle 206 esaminate risultavano positive al fenilbutazone, un potentissimo antinfiammatorio somministrato ai cavalli sportivi e pericoloso per la salute umana (può provocare anemia plastica e disordini del sangue, e avrebbe secondo alcuni anche una possibile correlazione con l’insorgenza di tumori).

 

Negli ultimi anni il mercato della carne equina è aumentato esponenzialmente in Europa, con un numero di licenze per mattatoi equini che è quintuplicato in tre anni mentre il numero di cavalli macellati è aumentato di sei volte (da 2.000 a 12.000 tra il 2008 e il 2012). La sicurezza alimentare si basa sul fatto che esiste in tutte le legislazioni europee una rigida distinzione tra cavalli sportivi (per equitazione o ippica) e cavalli destinati all’alimentazione umana, ed è sempre vietata la macellazione dei cavalli sportivi (proprio per il trattamento con farmaci a cui sono abitualmente sottoposti). Un cavallo viene registrato alla nascita o come destinato alla macellazione per alimentazione umana o come non destinato alla macellazione. Nel secondo caso la destinazione d’uso può essere cambiata, nel primo caso no (cioè è possibile registrare di nuovo un cavallo destinato all’alimentazione umana come cavallo non destinato all’alimentazione umana, ma non è possibile fare l’opposto).

 

Evidentemente nella vicenda di cui stiamo parlando sono state trasgredite queste regole. E la cosa francamente non stupisce, se si guarda alla ricostruzione della filiera che è stata fatta in questi ultimi giorni. Una filiera talmente lunga che è complesso anche solo ricostruirla (e forse è il caso di dire che la Coldiretti non ha tutti i torti quando invita – non solo per ragioni di italianismo ma anche per motivi di sicurezza alimentare – ad acquistare prodotti italiani a km zero o comunque a filiera corta…). I rappresentanti delle catene di supermercati britannici si sono difesi dicendo che non sapevano nulla della presenza di carne equina nei surgelati e che questi surgelati (di diversi marchi, tra cui Findus) erano stati forniti dall’azienda francese di piatti pronti Comigel. La Comigel ha subito dichiarato di aver acquistato la carne utilizzata per i piatti pronti che sono sotto accusa da un’altra azienda francese, il gruppo Spranghero. Spranghero ha dichiarato di aver comprato la carne in questione da un intermediario cipriota, l’intermediario cipriota l’avrebbe acquistata da un trader olandese, il trader olandese l’avrebbe comprata da fornitori rumeni.

 

Nel frattempo lo scandalo è dilagato in tutta Europa, con prodotti contenenti carne equina spacciata per bovina che sono stati scoperti anche in Germania, in Svizzera, in Francia, in Norvegia e in Danimarca, mentre la Nestlé ha ritirato i ravioli e tortellini di manzo Buitoni dagli scaffali dei negozi e dei supermercati italiani e spagnoli. La Ue ha reagito a tutti gli Stati membri una serie di test a tappeto sugli alimenti venduti come prodotti a base di carne di manzo per verificare se si tratta di manzo o di cavallo (test del Dna) e per verificare l’eventuale presenza di fenilbutazone (test antinfiammatorio). Il problema – come ha sottolineato la Coldiretti in un recente comunicato stampa – è che limitarsi ai test “è fumo negli occhi dei cittadini se non sarà accompagnato da misure strutturali destinate a durate nel tempo, come l’obbligo di indicare in etichetta la provenienza di tutti i tipi di alimenti, per evitare che episodi simili si ripetano in futuro”. In particolare, ricorda la Coldiretti, tuttora non c’è nessun obbligo di indicare in etichetta la provenienza degli alimenti utilizzati nella preparazione di: carne di maiale e salumi, carne di coniglio e di cavallo, frutta e verdura trasformata, derivati del pomodoro diversi dalla passata, formaggi, derivati dei cereali (pane, pasta), carne di pecora e agnello, latte a lunga conservazione. Forse non è il caso, per muoversi, di aspettare emergenze come la mucca pazza (che ha portato all’obbligo di indicare la provenienza delle carni bovine) o l’aviaria (che ha portato all’obbligo di etichetta di origine per il pollo). Peraltro – fa notare la Coldiretti in un altro comunicato stampa – lo scandalo horsegate riporta in primo piano anche il problema dell’Italian Sounding, dato che gli alimenti sotto accusa “richiamano esplicitamente all’Italia, come le lasagne, i tortelloni e gli spaghetti alla bolognese, senza però avere alcun legame con il sistema produttivo nazionale”.

 

(Luigi Torriani)

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