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La questione delle Dop e delle Igp cinesi

Forse non tutti sanno che nei regolamenti dell’Unione Europea è prevista la possibilità di attribuire i marchi di eccellenza Dop e Igp anche a prodotti extraeuropei. I prodotti alimentari cinesi riconosciuti sono nove. Ma non mancano le polemiche.

 

Dop e Igp sono marchi di tutela attribuiti dalla Ue a prodotti alimentari considerati di grande valore e strettamente legati a determinate e specifiche aree di produzione. Dop (Denominazione di origine protetta) è il marchio attribuito dall’Unione Europea a prodotti alimentari ritenuti di particolare pregio le cui qualità e caratteristiche sono totalmente legate a uno specifico e limitato territorio di produzione (clima, ambiente, tecniche di produzione tradizionali), anche in virtù del rispetto di tutta una serie di regole specificate nel disciplinare di produzione. Igp (Indicazione geografica protetta) è un altro marchio di tutela giuridica rilasciato dall’Unione Europea ai prodotti tipici sula base di criteri meno stringenti rispetto a quelli dei Dop (ci si riferisce a una sola determinata qualità o caratteristica del prodotto che deve essere legata a una determinata area geografica, e il legame con l’area geografica può avvenire anche in un una sola fase del processo produttivo, produzione o trasformazione o elaborazione, purché la fase in questione sia decisiva per la qualità di pregio che rende Igp il prodotto).


Nel registro europeo ci sono 1094 prodotti Dop e Igp, di cui 245 italiani (è il record). Ma gli ambiti loghi possono essere attribuiti anche a cibi e bevande prodotti all’esterno dell’Unione Europea, a condizione che siano rispettati tutti i requisiti previsti per questi tipologie di riconoscimento (il legame storico e la specificità dell’ingrediente), e a patto che le denominazioni in questione siano già protette nel paese di origine (regolamento n.510 anno 2006). Il primo prodotto alimentare extraeuropeo ad iscriversi nel registro europeo è stato il Caffè di Colombia Igp, nel 2007.


E adesso è la volta della Cina, che ha siglato un accordo con l’Unione Europea che prevede che i firmatari si impegnano a riconoscere reciprocamente 10 dei rispettivi prodotti a denominazione di origine all’interno del proprio territorio, proteggendoli quindi da eventuali tentativi di imitazione e di usurpazione del marchio. Al momento sono nove i prodotti alimentari cinesi riconosciuti come Dop e Igp dalla Ue: Jinxiang Da Suan Igp (aglio);  Guanxi Mi You Dop (un agrume); Lixian Ma Shan Yao Igp (tubero detto igname);  Longjing cha Dop (thé); Shaanxi ping guo Dop (mela); Longkou Fen Si Igp (vermicelli); Zhenjiang Xiang Cu (aceto); Yancheng Long Xia (gambero);  Pinggu Da Tao (pesca).


Da una parte questo scenario è positivo perché vincola la Cina alla reciprocità, quindi alla tutela dei prodotti europei sul mercato cinese (un mercato di sbocco sempre più importante anche per l’Italia, con numeri di crescita impressionanti specialmente per vini e spumanti). Il problema è sulle Dop e Igp cinesi: davvero si può parlare di una piena equivalenze con le Dop e Igp europee se i controlli avvengono in Cina? Non c’è il rischio di dare una patente di qualità a prodotti che di fatto non rispettano i requisiti qualitativi stringenti con cui devono fare i conti gli omologhi europei? Il problema è riassunto in questo comunicato stampa della Coldiretti in termini chiarissimi: “l’aspetto positivo di questo accordo di mutuo riconoscimento tra Ue e Cina è senz’altro la possibilità di proteggere i nostri prodotti Dop e Igp in questo importante mercato di sbocco che si sta aprendo alle esportazioni comunitarie. Ma occorre che alla base delle aperture del mercato verso i Paesi terzi ci sia una reale reciprocità di condizioni – sia per le esportazioni comunitarie che per la sicurezza alimentare dei prodotti importati – senza la quale si alimentano nuove asimmetrie sul piano della competitività. Ad esempio, proprio la Cina, con un immenso territorio, una ricchissima biodiversità ed una storia di 5.000 anni, può trovare sul mercato europeo uno  sbocco notevole per i suoi prodotti tradizionali veri o supposti tali (come nel caso del riconoscimento dell’aglio cinese Igp, contestato dai produttori italiani, spagnoli e francesi circa i requisiti di qualità, di legame con il territorio e di reputazione previsti dalla normativa Ue). Se poi a tutto questo si aggiunge che il sistema dei controlli, secondo il regolamento europeo, si basa su un principio di ‘equivalenza’, il consumatore potrebbe essere attratto ad acquistare prodotti che hanno lo stesso logo di qualità europeo, ma che hanno origini e controlli diversi. La Commissione e gli Stati membri dovranno porre la massima attenzione affinché questi prodotti siano perfettamente riconoscibili dal consumatore attraverso una etichettatura chiara, non fuorviante, che non consenta alcun dubbio (o addirittura inganno) circa la sua reale provenienza”. Nel frattempo sui mercati europei continua l’invasione di prodotti cinesi di scarsa qualità spacciati per italiani


(Luigi Torriani)

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