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Aumento dell'Iva e spesa alimentare. Le stime sui costi

Al momento non è ancora chiaro se dopo l’estate scatterà l’ulteriore aumento dell’Iva da tempo ventilato dal governo Monti, né è chiaro – qualora dovesse scattare – se l’aumento riguarderà esclusivamente l’aliquota del 21% (che diventerebbe 23%), o anche l’aliquota del 10% (che passerebbe a 12). Una cosa, invece, è chiarissima: se l’aumento ci sarà, si farà sentire – e non poco – sul carrello della spesa degli italiani. Con un possibile crollo ulteriore dei consumi.

 

Il ministro dello Sviluppo economico Corrado Passera, all’assemblea di Confcommercio, ha assicurato che il governo farà ogni “sforzo” possibile per evitare l’aumento dell’Iva. Con una serie spending review e con una “manovrina” di 7-10 miliardi fatta di tagli si dovrebbe riuscire ad evitare l’aumento dell’Iva previsto per ottobre 2012. Se la “manovrina” non dovesse andare in porto, l’aumento dell’Iva ci sarebbe, con conseguenze pesantissime per le famiglie e per le imprese. Senz’altro con un aumento dei prezzi che avrebbe ulteriori effetti depressivi sulle vendite, in un mercato già stagnante.

 

L’eventuale aumento del 2% delle aliquote Iva sarebbe, secondo il presidente di Confcommercio Carlo Sangalli, una “Caporetto” dell’economia italiana, con “minori consumi reali per circa 38 miliardi di euro” tra il 2011 e il 2014. Mentre a parità di merce acquistata l’aumento dell’Iva costerebbe alle famiglie italiane oltre un miliardo di euro all’anno (stima Coldiretti). Secondo il presidente di Univendita Luca Pozzoli se il governo Monti dovesse aumentare l’Iva non ci troveremmo di fronte a una Caporetto ma – peggio ancora – “a una Waterloo”. Tutto questo, peraltro, in un contesto nel quale l’Iva è già stata aumentata, e molto di recente (la super Iva di Tremonti al 21%).

 

I due punti in più per l’aliquota del 21% colpirebbero i seguenti prodotti alimentari: tartufi, propoli, birra, spumante, vino, acqua minerale. Quindi non soltanto beni voluttuari come il tartufo ma anche prodotti di prima necessità. I due punti in più per l’aliquota del 10% andrebbero a colpire, precisamente: carni, pesci, latte conservato, yogurt, tè, spezie, riso, zucchero, miele, birra, cacao. Si salverebbero soltanto i prodotti alimentare con aliquota del 4%, e cioè: latte fresco, formaggi e latticini, frutta, frumento, farina, olio d’oliva. Tutto il resto aumenterebbe di prezzo.

 

(Luigi Torriani)

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