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Pomodoro senza etichetta di origine. Prosegue l'inganno per i consumatori

Nel 2011 c’è stato un aumento del 17% nelle importazioni di pomodori e derivati del pomodoro dalla Cina, per un totale di 113 milioni di chili. In pratica il 15% dei derivati del pomodoro venduti in Italia sono di origine cinese. E vengono venduti come “Made in Italy” perché il processo di trasformazione del pomodoro avviene in Italia e non c’è alcun obbligo di indicare in etichetta la provenienza della materia prima. Un vero e proprio scandalo cui la politica italiana continua a non porre rimedio.


Il problema è generale, e non riguarda soltanto i pomodori. La tendenza a ingannare i consumatori spacciando per italiani alimenti di importazione coinvolge praticamente tutto l’agroalimentare tricolore: le olive e l’olio, il pesce, i funghi, il latte e i formaggi, i prosciutti. Nel frattempo il vero Made in Italy non trova tutela né all’estero (si vedano i recenti scandali in Canada e in Argentina), né in Italia, dove il ministro Ornaghi vuole inserire i cibi italiani tra i Beni Culturali ma nel frattempo non si fa l’unica cosa che potrebbe davvero frenare le contraffazioni alimentari: obbligare, sotto pesanti sanzioni per i trasgressori, a indicare sempre in etichetta la precisa provenienza geografica di ogni materia prima utilizzata. Recentemente la Coldiretti ha lanciato delle proposte di legge più restrittive per le etichette, ma al momento è ancora tutto fermo.

Particolarmente grave è il caso dei pomodori e derivati. Negli ultimi dieci anni le importazioni di pomodori dalla Cina sono praticamente quadruplicate (+272%), e ogni settimana sbarcano nei porti italiani decine di fusti di concentrato di pomodoro da 200 chili l’uno. Il tutto completamente all’insaputa dei consumatori. Il prodotto proveniente dalla Cina viene infatti rilavorato (in genere aggiungendo semplicemente acqua e sale) e poi confezionato come “italiano”. Recentemente la storica sentenza di condanna contro l’imprenditore campano che vendeva concentrato di pomodoro cinese spacciandolo per nostrano aveva fatto sperare in un imminente cambiamento di rotta. Anche perché il tribunale di Nocera Inferiore che ha emesso la condanna ha precisato, in generale, che il processo di lavorazione effettuato in Italia non consente di etichettare come produzione italiana il concentrato di pomodoro di provenienza cinese.

 

In questo contesto tutti si aspettavano che il disegno di legge in arrivo sui requisiti di qualità del pomodoro trasformato chiarisse una volta per tutte in senso restrittivo gli obblighi riguardanti le informazioni da riportare in etichetta. Così non è stato. Il disegno di legge approvato il 25 maggio 2012 dal Consiglio dei Ministri si limita a definire le caratteristiche qualitative che un prodotto deve avere per essere venduto come pomodoro “italiano”, mentre paradossalmente non si fa alcun riferimento all’obbligo di indicare la provenienza delle materie prime in etichetta.

 

Una situazione assurda che alla Coldiretti – infuriati – commentano in questi termini: “è gravissimo che tra gli standard di commercializzazione dei derivati del pomodoro previsti nello schema di disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri non sia previsto l’obbligo di indicare la provenienza in etichetta, dopo che nel 2011 si è verificato un aumento del 17 per cento delle importazioni dalla Cina di derivati del pomodoro per un totale di 113 milioni di chili, pari al 15 per cento della produzione di pomodoro fresco italiana destinato alla trasformazione. Non si sta facendo nulla per evitare gli inganni del falso Made in Italy, come quello evidenziato dalla condanna inflitta del Tribunale di Nocera Inferiore nei confronti di un imprenditore dell’agro nocerino-sarnese che aveva commercializzato come italiano del concentrato di pomodoro importato dalla Cina con la semplice aggiunta di acqua e sale. Mentre ai coltivatori italiani di pomodoro non viene riconosciuto un compenso adeguato, le importazioni di concentrato di pomodoro dalla Cina sono praticamente quadruplicate in Italia negli ultimi dieci anni e rappresentano oggi la prima voce delle importazioni agroalimentari dal gigante asiatico. Dalle navi – denuncia la Coldiretti – sbarcano fusti di oltre 200 chili di peso con concentrato da rilavorare e confezionare come italiano poiché nei contenitori al dettaglio è obbligatorio indicare solo il luogo di confezionamento, ma non quello di coltivazione del pomodoro. Un inganno che deve essere fermato, perché danneggia i consumatori e i produttori agricoli che rischiano quest’anno di vedere sottopagato il proprio prodotto in Italia.

 

(Luigi Torriani)

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