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Contraffazione alimentare. Danni per 164 milioni di euro al giorno

La crisi non è certo l’unico problema dell’agroalimentare italiano. Un altro problema – enorme – è quello delle contraffazioni alimentari. Un problema di sicurezza alimentare, ma anche una gravissima tara dal punto di vista economico. L’Italia è leader europea per le segnalazioni di cibi contaminati e per le agromafie, che ad oggi hanno un volume d’affari di 12,5 miliardi di euro. E la Coldiretti dichiara: la contraffazione alimentare pesa in Italia per 164 milioni di euro al giorno, e con una seria lotta alla pirateria alimentare si potrebbero creare fino a 300.000 nuovi posti di lavoro.

 

La questione, prima di tutto, si pone sul piano della sicurezza alimentare e dei diritti dei consumatori, tra olio ammuffito venduto come extravergine, pessimo olio straniero venduto come Made in Italy, prosciutti di importazione venduti a caro prezzo con marchio tricolore, mozzarelle blu, mozzarelle “italiane” ma prodotte con latte straniero, funghi “italiani” in realtà cinesi, pesce “fresco italiano” in realtà cinese e decongelato, e innumerevoli altre frodi che di recente, in occasione della Pasqua, hanno portato al sequestro di 3.000 chili di prodotti alimentari. E mentre il fish dependence day scattato al 21 aprile fa crescere il rischio delle frodi alimentari nel settore ittico, dopo il caso del pecorino rumeno si è scoperto addirittura che il falso Made in Italy viene in parte finanziato coi soldi pubblici.

 

Il problema è anche economico. Mentre in Italia nel 2011, hanno chiuso 50.000 aziende agricole piegate dalla crisi (e il 2012 si è aperto con la batosta dell’Imu…), nel frattempo il fatturato del falso Made in Italy ha raggiunto soltanto nell’agroalimentare i 60 miliardi, e le agromafie italiane sono a 12,5 miliardi di euro di volume d’affari. In pratica, secondo i dati di Coldiretti, la contraffazione alimentare complessivamente costa all’Italia 164 milioni di euro al giorno, e da una seria lotta alla contraffazione potrebbero derivare fino a 300.000 nuovi posti di lavoro. Eppure l’andazzo continua. Di recente, per contrastare il fenomeno del falso Made in Italy, sono state avanzate (per il momento invano) diverse proposte di legge più restrittive sulle etichette. E ad aprile 2012 è arrivata la prima storica sentenza di condanna per il reato di vendita di prodotti industriali con segni mendaci, nei confronti di un imprenditore che commercializzava come italiano un concentrato di pomodoro prodotto in realtà con pomodori importati dalla Cina. Per il resto il trend prosegue invariato da anni, e anzi peggiora continuamente.

 

In questo recente comunicato stampa la Coldiretti sintetizzza in questi termini la gravità della situazione: “dalla lotta alla contraffazione alimentare potrebbero venire fino a trecentomila nuovi posti di lavoro. Il fatturato del falso Made in Italy solo nell’agroalimentare ha raggiunto i 60 miliardi di euro, e per effetto della falsificazione vengano sottratti all’agroalimentare nazionale ben164 milioni di euro al giorno. Insieme al contrasto all’evasione fiscale, la lotta alla contraffazione e alla pirateria rappresentano quindi per le Istituzioni un’area di intervento prioritaria per recuperare risorse economiche utili al Paese e per generare occupazione. Si tratta peraltro di crimini particolarmente odiosi in tempi di crisi, che si fondano soprattutto sull’inganno nei confronti di quanti, per la ridotta capacità di spesa, sono costretti a risparmiare sugli acquisti degli alimenti. Spesso la criminalità si avvantaggia della mancanza di trasparenza nei flussi commerciali e nell’informazione ai consumatori. In questa situazione c’è spazio per comportamenti illeciti dagli effetti gravissimi sia per la salute delle persone che per l’attività economica delle imprese. Gli ottimi risultati dell’attività di contrasto messa in atto dalla Magistratura e da tutte le forze dell’ordine impegnate confermano la necessità di tenere alta la guardia e di stringere le maglie troppo larghe della legislazione, a partire dall’obbligo di indicare in etichetta la provenienza della materia prima impiegata, voluto con una legge nazionale all’inizio dell’anno approvata all’unanimità dal parlamento italiano ma non ancora applicato per le resistenze comunitarie. La lotta alla contraffazione alimentare è considerata prioritaria dalla maggioranza dei cittadini: le frodi a tavola sono le più temute da sei italiani su dieci, anche per i rischi che comportano per la salute, secondo una indagine Coldiretti/Swg. Al secondo posto (40 per cento) vengono quelle legate al fisco, mentre le truffe finanziarie sono lo spauracchio del 26 per cento degli italiani, seguite a stretta distanza da quelle commerciali, come la contraffazione dei marchi (25 per cento). Ai danni provocati sul mercato nazionale si aggiungono quelli sulle esportazioni agroalimentari che potrebbero addirittura triplicare con una radicale azione di contrasto al falso Made in Italy nel mondo. Ad essere colpiti sono i prodotti più rappresentativi dell’identità alimentare: dai pomodori San Marzano coltivati in Usa al ‘Parma salami’ del Messico, dal Parmesao del Brasile allo Spicy thai pesto statunitense, dall’olio Romulo con tanto di lupa venduto in Spagna al Chianti prodotto in California, ma anche una curiosa ‘mortadela’ siciliana dal Brasile, un ‘salami calabrese’ prodotto in Canada, un barbera bianco rumeno e il provolone del Wisconsin. Una concorrenza sleale nei confronti dei produttori nazionali, con il rischio che soprattutto nei Paesi emergenti come la Cina si radichi tra i consumatori un falso Made in Italy che non ha nulla a che fare con il prodotto originale e che toglie invece spazio di mercato ai prodotti autentici”.

 

(Luigi Torriani)

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