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Frutta fuori stagione. Ovvero come spendere di più inquinando di più

 

Un classico dei banchetti natalizi e di fine anno è la tendenza del consumatore a farsi turlupinare acquistando prodotti gonfiati con ricarichi allucinanti. Il peggio lo si raggiunge con l’acquisto a cifre astronomiche di frutta fuori stagione. Con danni per le proprie tasche, per il palato, per il Made in Italy e per l’ambiente.

 

 

 

Da un monitoraggio della Coldiretti emerge che – nonostante la crisi – sono ancora molti gli italiani che non sanno resistere all’acquisto di frutta fuori stagione “per stupire gli ospiti nei banchetti natalizi e di fine anno”. Un vezzo tutt’altro che economico, dato che secondo i numeri di Coldiretti le ciligie di importazione acquistate per le festività sono quotate intorno ai 30 euro al chilo, le albicocche sui 20 euro e le pesche attorno ai 15 euro.

 

Un vezzo che oltrettutto danneggia il Made in Italy collocandosi in controtendenza rispetto al progressivo distacco delle famiglie italiane dai consumi di frutta e verdura (italiane) che è in atto da oltre un decennio. Con il paradosso di Cenoni con prezzi che lievitano oltre le dieci volte rispetto a quello che si spenderebbe se si acquistassero frutti di stagione Made in Italy (mele, pere, kiwi, uva, arance e clementine). Il tutto per mettere in tavola prodotti provenienti dall’Australia o dal Sud America decisamente meno saporiti e soddisfacenti al palato, dato che vengono innaturalmente raccolti quando non sono ancora pienamente maturi per poter resistere a una filiera lunghissima e a viaggi di migliaia di chilometri. Se invece si tratta di coltivazione forzata in serra, la frutta e la verdura contengono alte quantità di nitrati, che nel nostro organismo si trasformano in nitriti tossici. Questo il commento di Coldiretti: “meglio seguire le indicazioni del presidente del Consiglio Mario Monti, che nelle sue dichiarazioni alla camera ha spiegato che quando si acquista un bene o un manufatto prodotto in Italia non solo si sceglie la qualità delle esperienze e delle conoscenze del nostro Paese, ma si contribuisce a tenere in vita aziende e sostenere posti di lavoro sul nostro territorio”. E se proprio non si resiste alla voglia di stupire gli ospiti? “La voglia di cambiamento o il bisogno di stupire gli ospiti nei banchetti natalizi o di fine anno” – spiega Coldiretti – “possono essere soddisfatte dalla riscoperta dei frutti meno diffusi ma nazionali, come cachi e fico d’India o antiche varietà, dalla mela limoncella alla pera madernassa, che valorizzano le tradizioni del territorio e garantiscono un sicuro successo a prezzi contenuti, rimandando alla giusta stagione il consumo di ciliegie, albicocche e pesche”.

 

Infine c’è l’aspetto dell’impatto ambientale. Più lontano si acquista, più si inquina. Spiega Coldiretti: “è stato calcolato che un chilo di albicocche australiane viaggiano per oltre sedicimila km, bruciano 9,4 chili di petrolio e liberano 29,3 chili di anidride carbonica, un chilo di ciliegie dal Cile per giungere sulle tavole italiane deve percorrere quasi 12mila chilometri con un consumo di 6,9 chili di petrolio e l’emissione di 21,6 chili di anidride carbonica, mentre un chilo di mirtilli dall’Argentina deve volare per piu’ di 11mila chilometri con un consumo di 6,4 kg di petrolio che liberano 20,1 chili di anidride carbonica attraverso il trasporto con mezzi aerei”.

 

(Luigi Torriani)

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